Il sarcitore.

Qualche giorno fa ho avuto l’opportunità di colloquiare con un anziano giornalista, originario di Napoli, ma che – da tempo ormai – vive a Roma.

Il dialogo, inizialmente rivolto al “più e al meno” delle notizie del giorno, s’è interrotto allorquando una ragazza, abbigliata a mo’ di “metallara” (con piercing, borchie varie), dalle magliette e calzamaglia strappate, è transitata nella sala d’attesa per poi andar via.

La dolce ragazza, nonostante il gran quantitativo di metallo, risultava essere deliziosa – molto carina – e, al suo andar via, l’anziano signore si è espresso in questo modo: “E dire che ai miei tempi, quando ero giovane, andare in giro con gli abiti strappati era oltremodo disdicevole e si ricorreva al sarcitore che, all’epoca, costava addirittura cinque lire, una somma esorbitante!”

E qui, ignorantona come sono, ho dovuto chiedere il significato di quella parola, sarcitore, che – se non per intuizione, dato il tema su cui verteva il discorso – non avrei mai saputo dire cosa facesse o cosa fosse…

Il sarcitore è un raffinatissimo rammendatore, che riesce a ricucire uno strappo in maniera tale da renderlo invisibile, irrintracciabile su una giacca, o pantalone, o altro genere di vestiario. Cucendo, questo artista del rammendo,  quasi tesse nuovamente la stoffa.

Appena ne ho avuto l’opportunità, ho cercato il significato sui dizionari disponibili in internet e, con mio stupore,  non è stato semplice rintracciare il significato del vocabolo; solo sul sito www.unice.fr (francese, come potete notare), nella sezione relativa ai linguaggi e ai dialetti, si riesce finalmente a conoscere l’etimologia latina (sàrcere) e le trasposizioni dialettali.

Fruttuosissimo incontro!

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