Statue di carta

Carta
di statue
increspa
sotterranei musicali,
colmi di occhi languidi;
fermi,
nel tempo,
passi frettolosi
scorrono
statue di carta.

Si susseguono le pareti del sottopassaggio della metropolitana, underground,
metrò, subway, inebriato dal dolciastro odore d’incenso, dal colore d’Africa
umano e sorridente, decorato da mosaici ora belli ora brutti. Tante fermate,
una in particolare, Spagna: torme di genti, in passato, formicolanti e ora
incanalate per mancanza di buon senso. Se non avessero messo, lassù sul
soffitto, delle frecce e dei divieti di accesso, sarebbero rimasti fermi nella
confusione, senza poter entrare, né uscire.
Ma è possibile definire metropolitana quei treni che passano, specialmente dopo
le nove del mattino, con una frequenza che raggiunge gli otto-dieci minuti
(soprattutto la metro B)?
Si possono però ammirare i graffiti, alcuni bellissimi; si può ascoltare
musica: c’è un trio sax-chitarra-fisarmonica, una solista di violino diversi duo tamburello-fisarmonica.
Una volta soltanto ho potuto ascoltare un flauto di Pan che acquisiva fiato
dalle labbra di un ragazzo dai tipici lineamenti indios. Di tanto in tanto si
rifà vivo un prestigiatore che attrae gli occhi con i suoi trucchetti.
Scorrono così le giornate, colme anche delle due ore in metrò tra suoni,
graffiti e ritardi. 

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