Sorprendente.

2006woman_3Devo dire, amore mio, che sai proprio stupirmi, sei davvero unica…
Sorprendente…
Quando non ti aspetti oramai più nulla…
Quando ti senti solo davanti a un’anima, un cuore, che sembra non tener conto delle tue emozioni ecco che arrivi tu e riaccendi quella fiamma mai sopita, ma sempre viva, drammaticamente viva… e il cuore comincia a pulsare più forte…
E il respiro si fa affannoso.
Io vivo nella tua attesa, nell’attesa di vederti, toccarti, fare l’amore, ma anche nell’attesa di un tuo gesto, una tua parola, una tua telefonata.
Sto aspettando un arrivo, un ritorno, un segnale promesso.
Ciò può essere futile o infinitamente patetico: in Erwartung (attesa), una donna aspetta, nella foresta, di notte, il suo amante; io sto aspettando solamente una telefonata, ma è la stessa angoscia.
Tutto è solenne: non ho il senso delle proporzioni.
Vi è una scenografia dell’attesa: io la organizzo, la manipolo, ritaglio un pezzo di tempo in cui mimerò la perdita dell’oggetto amato e provocherò tutti gli effetti di un piccolo lutto.
L’angoscia dell’attesa non è continuamente violenta; essa ha i suoi momenti di stanca; io aspetto, e tutto ciò che circonda la mia attesa è irreale.
L’attesa è un incantesimo: io ho avuto l’ordine di non muovermi. L’attesa di una telefonata si va così intessendo di una rete di piccoli divieti, all’infinito, fino alla vergogna: proibisco a me stesso di uscire dalla stanza, di andare al gabinetto, addirittura di telefonare (per non tenere occupato l’apparecchio); per la stessa ragione, io soffro se qualcuno mi telefona; l’idea che da lì a poco dovrò uscire, correndo il rischio di essere assente al momento dell’eventuale chiamata riconfortante, mi tormenta.
Tutti questi diversivi sono dei momenti perduti per l’attesa, delle impurità d’angoscia, poiché, nella sua purezza, l’angoscia dell’attesa esige che io me ne stia seduto in una poltrona con il telefono a portata di mano, senza far niente.
sono innamorato? – Si, poiché sto aspettando. – L’altro invece non aspetta mai. Talvolta ho voglia di giocare a quello che non aspetta; cerco allora di tenermi occupato, di arrivare in ritardo; ma a questo gioco io perdo sempre: qualunque cosa faccia, mi ritrovo sempre sfaccendato, esatto, o per meglio dire, in anticipo.
La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta.
Qui e là sugli alberi resistono ancora le ultime foglie e io resto spesso pensieroso dinnanzi a loro. Contemplo una foglia e la mia speranza vi si aggrappa.
Quando il vento la fa muovere, trema tutto il mio essere, e se cade, ahimé, è la mia speranza che cade con lei.
Per potere interrogare il destino, c’è bisogno di una domanda alternativa (m’amerà/non m’amerà), di un oggetto suscettibile di una modificazione anche semplice (cadrà/non cadrà) e di una forza estrinseca (divinità, caso, vento) che contrassegni uno dei poli della modificazione.
Io faccio sempre la stessa domanda (sarò amato) e questa domanda è alternativa: o tutto o niente; non riesco a concepire che le cose si evolvano, che siano sottratte all’opportunità del desiderio.
Io non sono dialettico.
Infatti la dialettica direbbe: la foglia non cadrà, e poi cadrà; ma nel frattempo tu sarai cambiato e non ti porrai più la domanda.
(Da ogni persona a cui mi rivolgo per conoscere la sorte mi aspetto che mi dica: la persona che ami ti ama e te lo dirà stasera.) [Barthes]

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3 thoughts on “Sorprendente.

  1. Un bellissimo post, che un altro blogger ha copiato di sana pianta e me lo ha inviato come “sua” lettera d’amore.
    Che vuoi farci, le cose belle vanno a ruba.
    Buona giornata.

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