Seventies e dintorni.

2006_donncart

Discutendo degli anni Settanta con Simone Carella,
assentandomi per un attimo dalla conversazione, ho pensato, avendolo già notato in
altri, che in tutti coloro i quali abbiano avuto un qualche importante ruolo,
in quegli anni, vi è un’intima “rinuncia” al voler continuare a proporre
l’originalità delle loro idee.

Il
virgolettato relativo alla parola rinuncia ha senso perché sono convinta che
gli interessati dell’“importante ruolo” mi censurerebbero il termine.

Negli
anni Settanta, o come direbbero gli anglofoni The Seventies, la sottoscritta
contava solo dai tredici ai ventidue anni; e, arrivando a Roma nel Settantasei,
cominciai a frequentare quel mondo affascinante che, da un corso di mimo, mi
portò a frequentare teatri e cantine per coltivare il mio interesse.

Nelle
cantine, in quel periodo, si trovavano compagnie teatrali che organizzavano
rappresentazioni che definire originali risulta riduttivo.

Simone
Carella, infatti, mi ha ricordato personaggi e situazioni che avevo nascosto in
un angolo della mente; parlando del “suo” (in quel periodo il possessivo aveva
poco significato però) Beat ’72, spazio teatrale sperimentale, ha menzionato
personaggi come Giuliano Vasilicò, Ennio Fantastichini (si quello che,
attualmente in televisione, è fra gli attori della nuova “Freccia nera”),
Franco Cordelli, Ulisse Benedetti (Teatro Colosseo a Roma), il grande Memè
Perlini che io ricordo benissimo: all’epoca ebbi l’opportunità di videre due
suoi spettacoli.

In
quegli anni fu proprio Simone a teorizzare, e mettere in pratica, l’assenza dal
palcoscenico dell’“attore”; scendendo dal palcoscenico, e mescolandosi al
pubblico, non so se il recitante si potesse definire ancora “attore”.

In
ogni caso da tutto quel fermento nacque anche un festival, quello di
Castelporziano, il Festival di poesia.

Simone,
comunque, non ha smesso di sognare e creare mentalmente location e situazioni
ipervirtuali che però non realizza, o meglio non si preoccupa di realizzare, o
preoccupandosene non sente la necessità di rappresentarle; secondo me, insomma,
è come se avesse perso il ruolo sociale del suo essere “soggetto creativo”.

“Nessuno
vuole scommettere e investire” su personaggi come Simone Carella; certo il
periodo attuale non è terreno fertile per situazioni come quelle degli anni
Settanta, ma quel senso “dell’aver già dato”, quella strisciante delusione che
affiora qui e là, tra le sue parole e quelle di altri che hanno vissuto i
Seventies, mi irrita.

Mi
irrita perché incuranti dell’eredità che non lasciano ad alcuno, delusi dal non
essere stati compresi fino in fondo; questo mi distrugge.

Un
fatto è leggere “Ecchime” di Victor Cavallo, altra cosa è assistere alla
realizzazione di “Ecchime” a teatro; sentir parlare di Memè Perlini o del
Living Theatre è un fatto, vederli in azione nei teatri o nelle strade è altra
cosa.

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