Sole d’inverno.

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L’automobile si fermò in uno spiazzo bianco, i pneumatici
sui sassolini diedero voce alla lenta frenata, alla sosta quindi; tutt’intorno
dominava il verde intenso degli alberi della montagna, ma non vi era il gran
silenzio che il luogo avrebbe meritato.

Sole. Una giornata limpida,
si annusava l’aria della prossima primavera.

La voce bassa, quasi
impastata, descrisse un presunto rapporto d’amore e dopo centocinquanta, o
duecento forse, parole concluse:

alla fin fine ne ho guadagnato solo la sieropositività.

Lentamente, per non permettere che quel movimento
collaborasse a ridurla in mille pezzi, diresse la mano verso la maniglia per
aprire il vetro e, altrettanto lentamente, la nota frizzante aria dell’ormai
prossima primavera cominciò a invadere l’abitacolo.

Non riusciva a comprendere se una lama l’avesse trafitta.

Indescrivibile
quella sensazione.

Non vi era abbastanza silenzio intorno affinché le
lacrime scendessero libere e non soffocate.

Dolore, rabbia, paura, … pensieri: “Non è possibile
suicidarsi così”.

Continuò: – … so che è come se ti fosse caduta addosso
una tegola.

Era vero,
quindi, tutto quanto aveva supposto: la disistima verso te stessa, un grosso
complesso di inferiorità, traumi infantili, mancanza d’affetto, tutto in questa
rovinosa caduta.

E mentre
ascoltava le sue nuove parole:

– … da giugno dello scorso anno so di essere
sieropositiva, non te lo ho detto sinora perché non volevo rovesciarti addosso
il peso di questa situazione. Ora il mio rapporto con lui sta finendo, dovevo
dirlo. Oltre lui, la sua famiglia e me, nessuno lo sa.

Mute,

grevi parole

filtrano capelli

(nuvole inanellate),

tra raggi di luce,

urlano

silenziosa solitudine:

sapore di morte.

Ricordò la scena di un anno prima, circa.

Il rettangolo di una finestra, chiuso; la persiana
totalmente riavvolta, il vetro non riusciva a trattenere quella luce, tipica
del primo mattino estivo in una cittadina di montagna, che invase la stanza.
Una figura femminile si stagliava contro quella luce; nella stanza un silenzio
innaturale, compatto, fatto di pensieri
ammucchiati, stretti l’uno all’altro.

Ipotizzò che fossero i soliti pensieri, composti da una
variegata gamma di temi, dai più problematici ai più semplici, da quelli
materiali ad altri legati strettamente a fattori di carattere.

Pensieri, scene ideali e ricordi che in quel mattino,
probabilmente e chissà perché, erano più sentiti; ma non era così, lo scopriva
solo adesso.

In quell’abitacolo, con lei vicino, cercò di dominare il
senso di impotenza che l’aveva pervasa; ma doveva badare anche alla sottile
voglia di scagliarle contro tutta la
rabbia e di scagliarsi contro di lui che aveva manifestato tutta la sua
vigliaccheria.

A cosa sarebbe servito?

Per il presunto “grande amore” aveva dato tutta se
stessa; di più, aveva rovinato la sua vita dandola in pasto al nulla.

“Amore” colmo di controlli, litigi, scenate di gelosia,
inutili continue dimostrazioni che a lui non bastavano mai; e, pian piano,
rinunciava a tutto ciò che faceva parte della sua vita, annullava la sua
personalità.

Il “grande amore” l’aveva condotta a infischiarsene di
tutti coloro per i quali era una persona da amare.

Egoismo?

(Il grande amore, l’immolarsi per esso, il sentimento di
grandezza dovuto al sacrificarsi, il dimenticare le persone che avrebbero
sofferto della sua sofferenza).

Cosa dire?

Le labbra non proferirono altro.

Avrebbe dovuto soltanto continuare la lotta contro la
malattia.

L’automobile, poi, riprese il suo vagare tra le strade.

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