I tagliatori di teste del Borneo: i DAYAK.

maskii Aborigeni del Borneo (la più grande delle isole del sud-est asiatico), abitanti dello stato del Sarawak, il popolo Dayak  è suddiviso in sei tribù: Klemantan, Penan e Kenyah (quelle a più antico insediamento); Keyan, Murut e Iban (giunte nella zonain epoche successive.

I Dayak, abituati a vivere in grandi case lunghe anche duecento metri, suddivise in abitazioni singole, in grado di ospitare cinquanta famiglie, nella fitta vegetazione del Borneo caratterizzata da foreste dal caldo umido spossante, mostrano – nei tratti somatici – la secolare mescolanza di elementi malesi, cinesi, negritos.

Dai Dayak Heinrick Harrer – avventuroso viaggiatore – imparò ad abbeverarsi, in mancanza di acqua, tagliando tra un nodo e l’altro le canne di bambu’.

Come potete facilmente immaginare, nel Borneo la canne di bambu’ non hanno lo stesso diametro di quelle che possiamo vedere in Italia; le canne di bambu’ del Borneo hanno lo spessore di un piccolo tronco da cui, tagliando appunto tra un nodo e l’altro, si possono recuperare circa cinque litri di liquido per dissetarsi.

I Dayak però erano in grado di recuperare liquido anche dalle liane degli alberi.

Tra le tribu’, gli Iban erano pirati e conquistatori; probabilmente ultimi a giungere nel Borneo, sono gli unici ad abitare nella zona costiera e conservano elementi di culto tradizionale; si convertirono all’Islam nel XII secolo  con l’arrivo dei Malesi.

Le tribu’ Keyan e Penan hanno mantenuto i costumi e le credenze religiose tradizionali, praticano, infatti, tuttora forme di politeismo.

Un tempo i Dayak erano cacciatori di teste, ma – già dal 1978, come asserì Heinrich Harrer reduce da uno dei suoi viaggi – avevano abbandonato tale pratica fondata soprattutto su credenze religiose.

Abili tessitori e produttori di armi in ferro che trasportavano attraverso i fiumi su piccole barche (nel loro linguaggio: sampan) sospinte da lunghi pali, usano con destrezza la cerbottana (sumpitan) per cacciare.

La cerbottana, che puo’ essere lunga anche tre metri, è cotruita in modo tale da far partire la freccia senza alcun problema; è realizzata in legno e, talvolta, in base all’uso che se ne deve fare, la freccia viene imbibita di veleni (a rapido effetto mortale) prodotti dalle resine di alcuni alberi.

Le particolari frecce hanno, all’estremità, una pallina di legno leggero che si incastra perfettamente con il cannone perforato della cerbottana.

I Dayak, attualmente, contano un milione di individui; sono però minacciati di estinzione per la crescente deforestazione (industrializzazione) e per le politiche di migrazione forzata.

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