Lavoro. E Brunetta. E nuove forme di… sfruttamento

Lacune nei processi aziendali di selezione e gestione delle risorse umane.

La ricerca di un lavoro dovrebbe procedere secondo un percorso ben definito, ovvero una serie di fasi: il candidato deve inizialmente redigere un profilo personale – curriculum vitae – in cui sono elencati il percorso formativo e il livello di istruzione, le esperienze professionali, le conoscenze linguistiche e le competenze informatiche, talvolta gli obiettivi professionali. Il curriculum deve essere poi recapitato, per via postale oppure in formato elettronico, all’azienda che è alla ricerca di nuovo personale. Oppure, il candidato può spedirlo in modo spontaneo all’azienda in cui le sue competenze sono spendibili e le sue qualità ricercate. A molti lettori questi passaggi potranno risultare ben noti; eppure vale la pena soffermarsi su di essi, in quanto non devono essere presi come dati per scontato: chi decidesse di cercare un lavoro per vie informali, basate su contatti informali e rapporti di “amicizia”, probabilmente farebbe un percorso differente.

In passato, alcune ricerche hanno evidenziato proprio questa tendenza. Esiste – sia dal lato dei lavoratori sia da quello delle aziende – una vasta tipologia di metodi per la ricerca di un impiego e per la selezione delle risorse umane. In Italia, i contatti informali risultano tra i più diffusi. Cingano e Rosolia (2005) sostengono che “anche per le imprese i canali informali sono tra i metodi di ricerca del personale più utilizzati, sia nella ricerca di operai sia in quella di impiegati, e vengono altresì ritenuti tra i più efficaci”[5]. Seppure l’analisi è effettuata in base ai dati sino al 2005, è poco probabile che la cultura della selezione e dell’impiego nel mercato del lavoro sia nel frattempo cambiata.

Queste poche frasi riprese da un interessante articolo apparso su economiaepolitica.it di Mitja Stefancic confermano un pensiero diffuso e reale.

E’ assodato (qualcuno provi a negarlo!) che “il posto” in Italia, quasi sempre, NON è il frutto di una scelta basata su curricula e colloqui; così come è fuor di dubbio che la forma mentis dell’italiano – della maggior parte degli italioti/italians almeno – è caratterizzata da meccanismi di comportamento mafiosi (pochi vogliono ricordare che emigrando, oltre alle virtù, abbiamo esportato mafia).

Il “trovare lavoro” attraverso amicizie, il poter effettuare un esame clinico in tempi brevi solo grazie a conoscenze, e via dicendo è sintomo di “abitudine”, di “normalità” nel ricorrere a meccanismi di risoluzione dei problemi che si possono definire in un sol modo: mafiosi.

Siamo ormai disabituati a “combattere” per informare e formare una opinione pubblica che può essere il solo mezzo per la crescita e l’evoluzione di una società civile.

I giovani sono costretti a elemosinare un lavoro (qualcosa cui hanno pieno diritto) che permetta di percepire pochi euro inutili a garantire autonomia (li si insulta, inoltre, additandoli come “bamboccioni”).

I quarantenni o i cinquantenni, però, anche se non più giovani, non hanno facilità nel reperire un nuovo lavoro e certo non si può permettere che vadano in pensione.

E allora? Qual’è il vero problema Mr. Brunetta?

Nei tanti call center – la nuova catena di montaggio dell’economia attuale, certamente più sofisticata, ma – per la miseria! Appunto! – in qualche modo dobbiamo pur esprimere la nostra evoluzione; nai tanti call center (pomposamente definiti inbound e outbound), si diceva, NON si valutano le reali capacità dell’individuo, ma tutti entrano perché già c’è “qualcuno di loro conoscenza” che vi lavora.

E non solo! E’ solo attraverso quei “qualcuno” che si riesce a mantenere il “misero scanno” anche se non sei affatto adatto alle mansioni; e tutto questo per quel “pugno di euro” che non permette di vivere autonomamente.

E, come molti sanno, nei call center sono presenti tutte le fasce di età, dal diciottenne al ventenne, al trentenne, al quarantenne, al cinquantenne, al sessantenne. Ai settantenni si dà solo l’opportunità di una pensione di quattrocento euro, perlopiù…

Anche i call center dunque sono dei piccoli “centri di potere” e, come tali, espressione di “piccole mafie”.

Qualora dovesse accadere, per errore, che un “misero individuo” venga scelto e abbia accesso allo scanno con cuffietta, per semplice valutazione del curriculum: viene “triturato” dal meccanismo ed espulso nel minor tempo possibile, praticando anche mobbing!

Tutto questo accade perché lo sfaldamento e la dissoluzione etico-morale, che da anni caratterizza la nostra società, sono ormai senza argini; siamo sempre più spinti verso una deriva autodistruttiva, immorale e amorale, incivile.

La “chicca” odierna ce la offre, invece, Mr. Brunetta [da un po’ si diverte a divertirci (come si chiama questa figura retorica?)]. Quante belle parole Mister Brunetta butta fuori da quel cilindro malandato: ma sono solo parole! http://www.corriere.it/politica/10_febbraio_10/brunetta_737ed186-160f-11df-9e42-00144f02aabe.shtml

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