Do you Know didjeridoo and didjeribone?

È appena uscito un
nuovo CD di Roberto Laneri (vedi anche http://www.robertolaneri.net) intitolato: “SENTIMENTAL
JOURNEY”
;

Hanno
collaborato anche: Giuppi Paone, Luigi Marino, Andrea
Ferroni

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Un
CD di musica contemporanea composto utilizzando: voce, overtone singing, sax
soprano, clarinetto, clarinetto basso, didjeridoo, didjeribone, kontshovka,
tamburo parlante e zarb.
“SENTIMENTAL
JOURNEY”è la prima canzone Americana ascoltata da Roberto all’età di 8 anni… e
da questo brano trae ispirazione.
Per ascoltare alcuni
sample tratti da “SENTIMENTAL JOURNEY” o per l’acquisto on-line:http://cdbaby.com/cd/laneri

http://www.soundfactor.it/MP3PlayerLaneri/index.htm

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Federico.

Qualche giorno fa ho terminato di leggere “Neve” il libro di Pamuk, ho deciso quindi di riprendere le poesie di Garcia Lorca; leggendole mi son tornate in mente delle scene del “Duende” di Kemp. Una in particolare.

Un
corpo, plastico nei gesti, mima, in un doppio petto bianco, dal fiore rosso
all’occhiello, il giungere dei proiettili, provenienti dai fucili di un plotone
d’esecuzione, che lo porterà alla morte. Era questa l’ultima scena del lavoro
teatrale di Lindsay Kemp che raccontava, rappresentando gli eventi più
significativi, l’intensa vita di Federico Garcia Lorca terminata in un giorno
di agosto del 1936.

Ho
una gran paura/ delle foglie morte,/ paura dei prati/ colmi di rugiada./ Sto
per addormentarmi;/ se non mi svegli,/ lascerò al tuo fianco il mio cuore
freddo./

Cos’è
che suona/ così lontano?/ Amore. Il vento sulle vetrate,/ amore mio!

Ti
misi collane/ con gemme d’aurora./ Perché mi abbandoni/ su questa strada?/ Se
te ne vai così lontano/ piange il mio uccello/ e la verde vigna/ non darà il
suo vino./

Cos’è
che suona/ così lontano?/ Amore. Il vento sulle vetrate,/ amore mio!

Tu
non saprai mai,/ o sfinge di neve,/ quanto/ t’avrei amata/ in quelle albe/
quando piove tanto/ e sul secco ramo/ muore il nido.

Cos’è
che suona/ così lontano?/ Amore. Il vento delle vetrate,/ amore mio! (1919)

Il
ritmo segnato da quattro versi ripetuti, a mo’ di ballata, scandisce l’andare
delle parole di questo componimento che racconta di un amore in un’atmosfera
notturna e di rimpianto. E la descrizione di un “sentire” affidato a
espressioni quali: “[…] lascerò al tuo fianco il mio cuore freddo
[…]” preludono a una fine che fa soffrire; e la “sfinge di neve”
(quale superlativo migliore, dato dall’unione di due elementi, l’una enigmatica
per antonomasia, l’altra fredda per costituzione, per definire
l’imperturbabilità del suo soggetto d’amore?) non si fa travolgere dai
sentimenti. <<Yo tengo el fuego en mi manos>> soleva dire Garcìa
Lorca, e nelle parole (fortemente tese nell’arco dell’azione, piene di fato,
appassionanti) delle sue poesie c’è quel “fuego”; il
“duende”, sentimento passionale e lacerante, che impregna di
teatralità i quadri poetici di Lorca. Quei quadri poetici che, dapprima
semplici, poi di “natura animata”, offrono una musicalità che, non
contrappone, ma agevolmente si snoda tra una nota semplice e una animata
(“caricata”) creando, così, un ritmo instancabile e coinvolgente.

Seventies e dintorni.

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Discutendo degli anni Settanta con Simone Carella,
assentandomi per un attimo dalla conversazione, ho pensato, avendolo già notato in
altri, che in tutti coloro i quali abbiano avuto un qualche importante ruolo,
in quegli anni, vi è un’intima “rinuncia” al voler continuare a proporre
l’originalità delle loro idee.

Il
virgolettato relativo alla parola rinuncia ha senso perché sono convinta che
gli interessati dell’“importante ruolo” mi censurerebbero il termine.

Negli
anni Settanta, o come direbbero gli anglofoni The Seventies, la sottoscritta
contava solo dai tredici ai ventidue anni; e, arrivando a Roma nel Settantasei,
cominciai a frequentare quel mondo affascinante che, da un corso di mimo, mi
portò a frequentare teatri e cantine per coltivare il mio interesse.

Nelle
cantine, in quel periodo, si trovavano compagnie teatrali che organizzavano
rappresentazioni che definire originali risulta riduttivo.

Simone
Carella, infatti, mi ha ricordato personaggi e situazioni che avevo nascosto in
un angolo della mente; parlando del “suo” (in quel periodo il possessivo aveva
poco significato però) Beat ’72, spazio teatrale sperimentale, ha menzionato
personaggi come Giuliano Vasilicò, Ennio Fantastichini (si quello che,
attualmente in televisione, è fra gli attori della nuova “Freccia nera”),
Franco Cordelli, Ulisse Benedetti (Teatro Colosseo a Roma), il grande Memè
Perlini che io ricordo benissimo: all’epoca ebbi l’opportunità di videre due
suoi spettacoli.

In
quegli anni fu proprio Simone a teorizzare, e mettere in pratica, l’assenza dal
palcoscenico dell’“attore”; scendendo dal palcoscenico, e mescolandosi al
pubblico, non so se il recitante si potesse definire ancora “attore”.

In
ogni caso da tutto quel fermento nacque anche un festival, quello di
Castelporziano, il Festival di poesia.

Simone,
comunque, non ha smesso di sognare e creare mentalmente location e situazioni
ipervirtuali che però non realizza, o meglio non si preoccupa di realizzare, o
preoccupandosene non sente la necessità di rappresentarle; secondo me, insomma,
è come se avesse perso il ruolo sociale del suo essere “soggetto creativo”.

“Nessuno
vuole scommettere e investire” su personaggi come Simone Carella; certo il
periodo attuale non è terreno fertile per situazioni come quelle degli anni
Settanta, ma quel senso “dell’aver già dato”, quella strisciante delusione che
affiora qui e là, tra le sue parole e quelle di altri che hanno vissuto i
Seventies, mi irrita.

Mi
irrita perché incuranti dell’eredità che non lasciano ad alcuno, delusi dal non
essere stati compresi fino in fondo; questo mi distrugge.

Un
fatto è leggere “Ecchime” di Victor Cavallo, altra cosa è assistere alla
realizzazione di “Ecchime” a teatro; sentir parlare di Memè Perlini o del
Living Theatre è un fatto, vederli in azione nei teatri o nelle strade è altra
cosa.