Boscimani e ACQUA

Sono ripetitiva, ma bisogna tener conto anche di quello che accade lontano da noi; di fatti e disagi di cui pochi parlano.

Il problema dell’acqua per i Boscimani è lungo otto anni, o forse di più…

Da Survival:

Mentre il mondo celebra la Giornata Mondiale dell’acqua, i Boscimani Gana e Gwi del Botswana compiono otto anni senza poter accedere a una regolare fonte d’acqua nella Central Kalahari Game Reserve.

Nel tentativo di indurli ad abbandonare la riserva, loro terra ancestrale, nel 2002 il governo del Botswana aveva smantellato e cementato il pozzo da cui i Boscimani dipendevano per gli approvvigionamenti dell’acqua.

Nonostante la sentenza dell’Alta Corte del Botswana che nel 2006 sancì il diritto costituzionale dei Boscimani a vivere nella riserva, il governo ha continuato a negare loro il permesso di rimettere in funzione il pozzo, anche se i Boscimani si erano dichiarati disposti a procurarsi da soli il denaro necessario a coprirne i costi.

Contemporaneamente, mentre costringeva i Boscimani ad affrontare un viaggio di 480 km per andare ad attingere l’acqua fuori, il governo autorizzava l’apertura di un complesso turistico nelle loro terre, dotato di piscina, e faceva scavare pozzi per abbeverare gli animali selvatici.

Il trattamento riservato ai Boscimani dal governo è stato recentemente condannato dal Relatore Speciale delle Nazioni Unite sui popoli indigeni, che lo ha accusato di non esser riuscito a rispettare “i relativi standard internazionali sui diritti umani”.

Nel dossier si costata anche che i Boscimani rientrati nella riserva dopo la sentenza “devono affrontare condizioni di vita dure e pericolose a causa dell’impossibilità di accedere all’acqua”, e si sollecita il governo a riattivare il loro pozzo come “questione della massima urgenza”.

Dopo la sentenza, molti Boscimani sono rientrati a casa, nelle terre ancestrali del Kalahari.

Tuttavia, poiché non possono accedere al pozzo, sono soggetti a grave carenza d’acqua; dal giorno della chiusura del pozzo c’è stata almeno una morte accertata per disidratazione.

Molti altri Boscimani continuare a languire nei campi di reinsediamento in cui sono stati scaricati dalle autorità perché hanno paura di ritornare a casa sapendo di non poter accedere a una fonte d’acqua.

Duemila giorni dopo la chiusura del pozzo, i Boscimani hanno intentato una nuova causa legale contro il governo con l’obiettivo di riconquistare il diritto di utilizzare il pozzo.

Annunci

Film Denuncia E Claudio Santamaria Per I 40 Anni di Survival

Prima di proporvi l’intervista a Francesca Casella, voglio soltanto ricordare che antropologicamente i popoli non possono evolvere – volendola dire alla Tabucchi: “evoluire” – senza la salvaguardia della biodiversità dei popoli e dei loro linguaggi.

Survival International compie 40 anni e celebra oggi i progressi compiuti nella difesa dei diritti umani dei popoli indigeni di tutto il mondo con un film-denuncia a sostegno della remota tribù dei Dongria Kondh. A narrare la loro storia è l’attore Claudio Santamaria, testimonial dell’associazione.

“Il lavoro di Survival è iniziato nel 1969 in un seminterrato di Londra, dove un pugno di volontari condivideva l’angusto spazio con altre piccole associazioni” racconta Francesca Casella, direttrice della sede italiana. “Da allora, è stata fatta tantissima strada.”

“All’epoca, i problemi maggiori dei popoli indigeni erano gli stermini di massa, la schiavitù, le epidemie e la disperazione di vedere improvvisamente cancellato il proprio universo nella quasi totale indifferenza del resto del mondo.

Oggi, ovunque abitino, molti popoli tribali continuano ad essere privati dei mezzi di sussistenza e costretti a cambiare vita; le loro terre restano invase da coloni, minatori, tagliatori di legna; i loro villaggi inondati da dighe e spazzati via da allevamenti di bestiame o parchi turistici. Tuttavia, l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei loro confronti è radicalmente cambiato.”

“Laddove quarant’anni fa l’assimilazione e l’estinzione dei popoli indigeni venivano date per scontate ed erano giudicate solo come un doloroso ma inevitabile prezzo da pagare nel nome del progresso, oggi, in molti hanno cominciato a riconoscere l’inalienabilità dei loro diritti, finalmente protetti anche dalle leggi internazionali e dalle costituzioni di molti paesi, soprattutto in Sud America. E il movimento indigeno mondiale è più forte che mai.”

“Certo – continua Francesca Casella – gli ostacoli da superare restano tantissimi: l’avidità, la miopia, il razzismo e le dittature… Ma le persone decise a lottare per aiutare i popoli tribali a mantenere il loro posto nel mondo e a determinare autonomamente il loro futuro, sono sempre più numerose.

È probabilmente questo il successo più importante raccolto sinora da Survival o, meglio, dai popoli indigeni stessi con il sostegno di migliaia di persone da ogni parte del pianeta.”

Survival è unica organizzazione che lanci campagne in difesa dei popoli indigeni di tutto il mondo. Aiuta le tribù più minacciate a difendere le loro vite, a proteggere le loro terre e a decidere autonomamente del proprio futuro contro ogni forma di pregiudizio e discriminazione.

Attraverso azioni mirate e un’intensa azione di lobbying, nel corso del tempo ha conseguito molti successi tra cui la creazione del Parco Yanomami nel 1992, in Brasile, il riconoscimento del diritto della tribù dei Jarawa a decidere del proprio futuro in India nel 2004, e la storica vittoria giudiziaria dei Boscimani del Kalahari del dicembre 2006. E tantissimi altri.

Attualmente sta seguendo circa 80 casi, distribuiti in 40 paesi diversi. Tra le campagne più urgenti c’è quella per i Dongria Kondh di Orissa, in India, minacciati dal gigante minerario Vedanta Resources.

A raccontare la loro lotta per impedire a una miniera di bauxite di distruggere la loro terra e la loro esistenza è il commovente documentario-denuncia “Mine. Storia di una miniera sacra”. Il filmato è stato presentato oggi in italiano con il sostegno di Claudio Santamaria, sua voce narrante.

Dopo nove mesi di indagini su un ricorso presentato da Survival all’OCSE, nell’ottobre scorso il governo britannico ha finalmente condannato la società Vedanta per il comportamento tenuto nei confronti dei Dongria e le ha imposto un “radicale cambiamento d’atteggiamento” ma a tutt’oggi nulla è mutato. Una squadra di Survival è tornata quindi sul campo la settimana scorsa.

“Per mantenere la nostra indipendenza – conclude Francesca Casella – non accettiamo fondi da nessun governo. A finanziare le nostre attività sono solo le donazioni dei sostenitori e i proventi delle attività di raccolta fondi. Spero che in molti vogliano quindi aiutarci a continuare il nostro importante lavoro finchè ai popoli indigeni non sarà stato riconosciuto il loro legittimo posto nel mondo.

Le loro sono società ricche, contemporanee e vibranti, e chiedono solo di poter continuare a vivere, libere da persecuzioni e secondo sili di vita e di sviluppo liberamente scelti.”

Ayoreo: gli allevatori radono la foresta!

colouredmuslimwoman

Gli allevatori di bestiame stanno rapidamente e illegalmente radendo al suolo la foresta abitata dall’unico popolo incontattato rimasto in Sud America al di fuori del bacino amazzonico.

Gli Ayoreo-Totobiegosode sono attualmente l’unica tribù incontattata, e vulnerabile, del mondo; stanno perdendo la terra ancestrale a causa della produzione di carne di manzo.

Le foto scattate dal satellite, quindi il fatto è sotto i nostri occhi, evidentissimo,  il primo novembre hanno immortalato le attività illegali degli allevatori. A partire dal giorno seguente, il due novembre, Survival ha cominciato a diffondere una campagna pubblicitaria che denuncia la deforestazione in corso mediante la più importante emittente radiofonica del Paraguay, Radio Nanduti.

Gli allevatori stanno operando nel territorio della tribù nonostante il Ministro dell’Ambiente abbia sospeso la licenza della loro società, la Yaguarete Pora S.A, a causa delle sue precedenti attività illegali.

Per radere al suolo le terre degli Ayoreo-Totobiegosode e trasformarle in pascoli, gli allevatori utilizzano bulldozer che si dice appartengano a Jacobo Kauenhowen, proprietario di una grande industria di bulldozer in una vicina colonia mennonita.

“Per i Totobiegosode si tratta di una minaccia molto seria” denuncia la Ong paraguayana GAT, impegnata a proteggere le terre degli Ayoreo. “La deforestazione compiuta illegalmente dalla Yaguarete in Paraguay procede ovunque senza controllo.”

L’anno scorso, insieme ad un’altra società brasiliana di nome River Plate S.A., la Yaguarete aveva già distrutto migliaia di ettari di terra ayoreo.

Alcuni Totobiegosode sono già stati contattati ma nella foresta continuano a vivere molti dei loro parenti isolati.

I Kayapo’, le Dighe Idroelettriche e Survival.

woodwomansol

Tre giorni fa circa si è risaputo che gli indiani Kayapó hanno organizzato una nuova ondata di proteste contro un gigantesco progetto idroelettrico in via di realizzazione sullo Xingu, uno dei principali fiumi dell’Amazzonia.

Dal 28 ottobre  stanno manifestando, e lo faranno per una intera settimana, presso la comunità kayapó di Piaraçu.

Sul posto sono stati invitati rappresentanti del Ministero alle Miniere e all’Energia, e del Ministero dell’Ambiente. I Kayapó e altri popoli indigeni locali si oppongono alla costruzione della diga denunciando di non essere mai stati consultati in modo appropriato e nemmeno informati sul reale impatto che il progetto avrà sulle loro terre.

La diga devierà più dell’80% della portata del fiume Xingu, con un pesante impatto sulla sua fauna ittica e l’ecosistema della foresta per almeno 100 chilometri di rive abitate da popoli indigeni. Survival ha inoltrato formali proteste al governo.

I Kayapó sono furiosi con Edison Lobão, Ministro alle Miniere e all’Energia, che recentemente avrebbe affermato che “forze demoniache” starebbero cercando di impedire la realizzazione delle grandi dighe idroelettriche del Brasile. “Queste parole sono abiette e offensive nei confronti nostri e di tutti coloro che difendono la Natura” ha commentato il leader Kayapó Megaron Txucarramae.

Belo Monte è una delle più grandi infrastrutture previste dal “Programma di crescita accelerata” varato dal governo. Già nel 1989 i Kayapó avevano organizzato una massiccia protesta contro la costruzione di una serie di dighe sullo Xingu. All’epoca riuscirono a fermare i finanziamenti della Banca Mondiale e a far accantonare il progetto.

Oggetto delle proteste dei popoli indigeni sono anche altre dighe previste su altri fiumi amazzonici. Un anno fa, gli Enawene Nawe misero a soqquadro un cantiere con l’obiettivo di impedire la realizzazione di decine di dighe lungo il fiume Juruena. Secondo gli Indiani, gli impianti idroelettrici distruggeranno i pesci da cui dipende la loro sopravvivenza.

Nell’Amazzonia occidentale, la diga di Santo Antônio sommergerà la terra in cui vivono almeno 5 gruppi di popoli incontattati. La diga fa parte di un progetto più ampio che prevede la costruzione di una serie di impianti sul fiume Madeira. Si pensa che uno di questi popoli isolati viva a soli 14 km di distanza dalla diga principale.

In una lettera indirizzata al Presidente Lula, i Kayapó spiegano chiaramente la loro posizione: “Noi non vogliamo che questa diga distrugga gli ecosistemi e la biodiversità che abbiamo curato per millenni e che possiamo continuare a preservare. Signor Presidente, la nostra preghiera è quella che vengano condotti studi adeguati e che venga aperto un dialogo con i popoli indigeni su quello che è lo scrigno ecologico dei nostri antenati… Vogliamo partecipare a questo processo senza essere considerati demoni impegnati a impedire il progresso della nazione”.

“È stato tenuto nascosto il reale impatto di queste dighe” ha commentato Stephen Corry, ormai famoso direttore generale di Survival, “Se i lavori dovessero procedere, verranno distrutti le vite, le terre e i mezzi di sussistenza di molte tribù. Non c’è risarcimento che possa compensare un danno di tale gravità, perchè verranno fatti a pezzi le vite e l’indipendenza di interi popoli.”

Dongria Kondh: Vedanta Resources condannata.

Dopo nove mesi di indagini, il governo britannico ha condannato  la società Vedanta Resources per il comportamento tenuto nei confronti della tribù dei Dongria Kondh a Orissa, in India.

L’umiliante sentenza arriva in risposta al ricorso depositato da Survival International presso il Punto di contatto nazionale britannico dell’OCSE, l’Organizzazione internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. Dopo aver accolto la richiesta di Survival, il governo ha giudicato Vedanta secondo le Linee guida dell’OCSE – che definiscono i principi fondamentali per la condotta etica delle compagnie occidentali.

La sentenza contro Vedanta, che è una delle cento società più capitalizzate quotate allo Stock Exchange di Londra (FTSE-100), non ha precedenti nella storia delle relazioni tra il governo britannico e le più importanti aziende della nazione. “Vedanta non ha rispettato i diritti dei Dongria Kondh” ha dichiarato il governo, “non ha considerato l’impatto della costruzione della miniera sui diritti della tribù”; e “ha mancato di attivare adeguati e tempestivi meccanismi di consultazione […]. È “essenziale” “un cambio d’atteggiamento da parte della compagnia”.

Nonostante le ripetute richieste, “durante l’indagine [la Vedanta] non ha fornito prove” ha specificato il governo britannico. Si tratta di un atteggiamento sconcertante perché mai prima d’ora una società si era rifiutata di collaborare a un’investigazione OCSE.

Durante una precedente intervista, la celebre scrittrice Arundhati Roy aveva dichiarato: “Se permetteremo a Vedanta di estrarre bauxite dalle colline di Niyamgiri, verrà devastato un intero ecosistema, e saranno distrutte non solo le comunità dei Dongria Kondh ma anche tutti coloro i cui mezzi di sussistenza dipendono da tale ecosistema”.

Il parlamentare britannico Martin Horwood, presidente del gruppo parlamentare bipartisan per i popoli indigeni (All-Party Group for Tribal Peoples) ha commentato: “Sono compiaciuto che il governo abbia emesso una sentenza di condanna sul caso Vedanta. La sentenza costituisce un’altra potente dimostrazione che la compagnia deve cambiare in modo radicale il suo modo di operare”.

Stephen Corry (Survival): “Siamo molto felici che il governo britannico abbia finalmente preso posizione su questa vicenda. L’estrazione della bauxite da Niyamgiri è già diventato uno dei progetti minerari più famigerati al mondo. La Vedanta non si è nemmeno preoccupata di informare i Dongria Kondh dei suoi propositi di trasformare la loro montagna sacra in una gigantesca miniera a cielo aperto; eppure, i Dongria hanno il diritto di dare – o negare!– il loro consenso. Al di là di qualsiasi altra considerazione, si tratta di un progetto destinato ad avere un terribile, drammatico impatto sulle loro vite.”

Per Vedanta e il suo proprietario di maggioranza, il miliardario Anil Agarwal, è il terzo grande smacco pubblico in soli cinque mesi. In giugno, non appena alcuni manifestanti riuscirono a portare all’attenzione della giuria alcuni dettagli del suo progetto minerario, a compagnia si vide ritirare all’ultimo momento un importante premio ambientale. Mentre in agosto, il Ministro indiano all’Ambiente ha ammesso che il progetto non avrebbe mai dovuto essere approvato.

Le Torte di Manioca dei KALAPALO.

licosa_11

Si estendeva per sei milioni e mezzo di chilometri quadrati ed era abitata da circa novantamila indios: così nel 1979 si presentava la foresta amazzonica, l’inestricabile groviglio di vegetali che custodiva la mitica anaconda, i colibrì e le farfalle (ritenute di buon augurio, da quelle parti).

Tra la vegetazione della foresta amazzonica, sulle rive di fiumi come lo Xingù, gli indios Kalapalo, popolazione formata da diverse tribu’, quali Kamayura, Yawalapiti, Waura, Mehinaku, si riconoscono in una sola identità culturale (Xinguanos).

Questi indios sin dagli anni ’70, dello scorso secolo, a causa della costruzione di una strada che attraversa il Brasile centrale, in gran numero, furono annientati dagli speculatori con questa motivazione: “Disturbano!”

I novantamila indios che vivevano nei villaggi, sino a poco prima degli anni Settanta, non erano mai venuti a contatto con la civiltà moderna (e non s’erano persi nulla, a mio parere!). Vivevano di caccia pesca e agricoltura; oltre alla manioca, coltivavano mais, cotone e tabacco.

All’esaurirsi della fertilità dei suoli coltivati, ricorrevano al fuoco per procurarsi nuovi terreni. Scelti i terreni, infatti, con asce di pietra ne abbattevano gli alberi e ne bruciavano il sottobosco, così che le ceneri potessero concimare la terra.

I Kalapalo avevano già scoperto l’importanza della foresta; da un gran numero di piante originarie e presenti nella foresta ricavavano droghe medicamentose, veleni e stupefacenti.

Addirittura sembra che, da una specie di Passiflora, riuscivano a ottenere una bevanda dagli effetti anticoncezionali simili ai moderni presidi chimici.

Il sale, invece, era ottenuto dalla cenere dei giacinti d’acqua ridotti in polvere cristallina.

Il veleno mortale – il curaro – delle frecce, utilizzate per la caccia, era invece ricavato dalle cortecce di numerosissime Strycnos; il curaro era in grado di paralizzare la muscolatura respiratoria, non nuoceva quindi a chi avrebbe dovuto mangiare le carni dell’animale ucciso.

La base dell’alimentazione di queste genti, comunque, era essenzialmente
la manioca.

Gli indigeni, infatti, avevano scoperto come estrarre dalla radice marrone e farinosa la dose di acido cianidrico che avrebbe potuto ucciderli.

Raschiavano infatti la radice con una conchiglia affilata, fino a renderla del tutto bianca; con un pezzo di legno intagliato e cosparso di decine di piccole spine, poi, grattavano la polpa bianca raccogliendola in una specie di colino (fuavi).

Il fuavi contenente la polpa veniva quindi posto su una grande pentola di terracotta sul cui fondo, lentamente, si depositava l’acido cianidrico che veniva così separato dalla polpa.

Con la polpa resa commestibile, finalmente, le donne Kalapalo avrebbero potuto preparare dorate torte di manioca.

Non siamo quelli a maggior rischio!

colouredwomanvel

Un recentissimo rapporto di Survival International, (associazione per i diritti umani) denuncia i gravissimi rischi a cui l’influenza suina sta esponendo i popoli indigeni del mondo a causa delle loro basse difese immunitarie e dell’alta incidenza di alcune malattie croniche.

Il rapporto, intitolato “Influenza suina e popoli indigeni” (scaricabile dal sito survuval.it ed è in .pdf) illustra come i popoli indigeni di Canada e Australia siano già stati duramente colpiti dalla pandemia a causa dell’impoverimento delle loro comunità, del sovraffollamento e della mancanza di adeguate misure igieniche.

Tra di loro si registra anche un’incidenza di malattie croniche come diabete, disturbi cardiaci, obesità e alcolismo.

Il direttore generale di Survival International, Stephen Corry: “Non sorprende che siano proprio i popoli tribali a essere più gravemente colpiti dall’influenza suina. Anni di colonialismo e di politiche di assimilazione forzata li hanno gettati nell’indigenza e hanno lasciato loro in eredità problemi di salute cronici. Questo rapporto offre una lucida lettura del problema, ma speriamo possa servire anche come monito per quei governi che per troppo tempo hanno ignorato i bisogni sanitari delle loro popolazioni più vulnerabili”.

Il rapporto viene pubblicato a pochi giorni dalla consegna di sacche per cadaveri alle comunità delle Prime Nazioni del Manitoba, in Canada, assieme a mascherine e disinfettanti per le mani.

Tra le comunità delle Prime Nazioni della provincia, i casi di influenza suina ammontano già a 130 ogni 100.000 abitanti, di contro ai 24 ogni 100.000 che si registrano tra il resto della popolazione. Nonostante molte famiglie non abbiano accesso all’acqua pulita, il governo del Canada ha tardato a inviare i disinfettanti alle comunità della riserva, in cui è diffuso l’alcolismo, per timore che la gente potesse berli.

“Ho rivolto un appello al popolo del Canada perché lavori con noi per far sì che questo virus mostruoso mieta il minor numero possibile di morti” ha dichiarato il Grande Capo David Harper alla CBC. “Non spediteci sacche per i cadaveri. Aiutateci a organizzarci, mandateci medicine.”

E Armand MacKenzie, della Nazione Innu del Canada orientale ha aggiunto: “Voglio sperare che in Canada, le parole “i più alti standard di salute raggiungibili” stiano a significare qualcosa di più che spedire sacche per cadaveri alle comunità indigene delle Prime Nazioni. Per affrontare la pandemia ci occorre un vero programma, gestito in collaborazione con noi indigeni.

Il rapporto di Survival  solleva grande preoccupazione per le sorti delle tribù isolate che non hanno difese immunitarie contro le malattie provenienti dall’esterno.

Tra di loro, persino un semplice raffreddore può rivelarsi fatale.

Nell’Amazzonia peruviana, i membri della tribù dei Matsigenka sono già stati colpiti dall’influenza suina, e questo fa temere il diffondersi del contagio tra le tribù incontattate che risiedono nelle vicinanze. Qualsiasi contatto con esterni portatori del virus potrebbe devastare intere comunità.

“Ci appelliamo anche al senso di responsabilità dei turisti” conclude Francesca Casella, di Survival Italia. “Alcuni tour operator hanno aperto resort di lusso a pochi metri di distanza dalle terre abitati da alcuni dei popoli più isolati e vulnerabili del mondo, come i Jarawa delle Isole Andamane.

Non esistono precauzioni efficaci contro l’importazione del virus nei loro villaggi. Per scongiurare epidemie devastanti, potenzialmente capaci di provocare la totale estinzione di questi popoli, occorre stargli alla larga.”