Lettere… romane.

Nell’era di internet c’è ancora qualcuno che pensa di poter avere avuto l'”idea più originale, unica, geniale, intelligentissima, straordinaria”. Ci sarà un po’ di presunzione? Dico di si…

visto che sei così attiva nel mio network

dovresti cambiarti foto e nick

nè foto nè nick devono ricondurre alla realtà di cui fai parte …
troppo simile come network , così ti fai pubblicità gratis contro di noi e
non è giusto
senza considerare che come pubblicità gratuita lasciamo già a tutti la
possibilità di linkare al proprio sito nella propria pagina personale

se vuoi la pubblicità , ti informo che anche dalle parti nostre si paga,
come dappertutto

se ti interessa abbiamo una interessantissima offerta promozionale, ma si
parla di cifre come mille euro all’anno

ti pregherei di adeguarti come foto e nick quanto prima se vuoi continuare a
frequentarci

se contestualmente mi volessi anche informare di come vanno le cose sul tuo sito
così magari da discutere una fusione o qualcosa

un saluto“.

Caro,
il tuo tono mi offende alquanto perché sono stata invitata a iscrivermi qui
da una band (cui abbiamo fatto
un’intervista) e, dopo la pausa estiva, ho deciso di accettare l’invito…
Non si pensava di voler fare pubblicità alla rivista e non si pensava
che qualcuno potesse intravvedere una cosa simile; non sono assolutamente
d’accordo sul fatto che i due networks siano simili e poiché era stato messo il
banner del tuo network sulla homepage della rivista vedrò di toglierlo al più presto.
Sinceramente mi dispiace e, con quello che mi dici, cancellerò subito
l’iscrizione e non so se mi reiscriverò nominalmente.
Mi scuso quindi per l’intrusione; vorrei inoltre pregarti di non pubblicare
quelle quattro cazzatelle che ho scritto (sono mie personali) nell’e-book o nel cartaceo,
credo che dal vostro sito sparirà tutto appena cancello l’iscrizione…
Saluti

Sorprendente.

2006woman_3Devo dire, amore mio, che sai proprio stupirmi, sei davvero unica…
Sorprendente…
Quando non ti aspetti oramai più nulla…
Quando ti senti solo davanti a un’anima, un cuore, che sembra non tener conto delle tue emozioni ecco che arrivi tu e riaccendi quella fiamma mai sopita, ma sempre viva, drammaticamente viva… e il cuore comincia a pulsare più forte…
E il respiro si fa affannoso.
Io vivo nella tua attesa, nell’attesa di vederti, toccarti, fare l’amore, ma anche nell’attesa di un tuo gesto, una tua parola, una tua telefonata.
Sto aspettando un arrivo, un ritorno, un segnale promesso.
Ciò può essere futile o infinitamente patetico: in Erwartung (attesa), una donna aspetta, nella foresta, di notte, il suo amante; io sto aspettando solamente una telefonata, ma è la stessa angoscia.
Tutto è solenne: non ho il senso delle proporzioni.
Vi è una scenografia dell’attesa: io la organizzo, la manipolo, ritaglio un pezzo di tempo in cui mimerò la perdita dell’oggetto amato e provocherò tutti gli effetti di un piccolo lutto.
L’angoscia dell’attesa non è continuamente violenta; essa ha i suoi momenti di stanca; io aspetto, e tutto ciò che circonda la mia attesa è irreale.
L’attesa è un incantesimo: io ho avuto l’ordine di non muovermi. L’attesa di una telefonata si va così intessendo di una rete di piccoli divieti, all’infinito, fino alla vergogna: proibisco a me stesso di uscire dalla stanza, di andare al gabinetto, addirittura di telefonare (per non tenere occupato l’apparecchio); per la stessa ragione, io soffro se qualcuno mi telefona; l’idea che da lì a poco dovrò uscire, correndo il rischio di essere assente al momento dell’eventuale chiamata riconfortante, mi tormenta.
Tutti questi diversivi sono dei momenti perduti per l’attesa, delle impurità d’angoscia, poiché, nella sua purezza, l’angoscia dell’attesa esige che io me ne stia seduto in una poltrona con il telefono a portata di mano, senza far niente.
sono innamorato? – Si, poiché sto aspettando. – L’altro invece non aspetta mai. Talvolta ho voglia di giocare a quello che non aspetta; cerco allora di tenermi occupato, di arrivare in ritardo; ma a questo gioco io perdo sempre: qualunque cosa faccia, mi ritrovo sempre sfaccendato, esatto, o per meglio dire, in anticipo.
La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta.
Qui e là sugli alberi resistono ancora le ultime foglie e io resto spesso pensieroso dinnanzi a loro. Contemplo una foglia e la mia speranza vi si aggrappa.
Quando il vento la fa muovere, trema tutto il mio essere, e se cade, ahimé, è la mia speranza che cade con lei.
Per potere interrogare il destino, c’è bisogno di una domanda alternativa (m’amerà/non m’amerà), di un oggetto suscettibile di una modificazione anche semplice (cadrà/non cadrà) e di una forza estrinseca (divinità, caso, vento) che contrassegni uno dei poli della modificazione.
Io faccio sempre la stessa domanda (sarò amato) e questa domanda è alternativa: o tutto o niente; non riesco a concepire che le cose si evolvano, che siano sottratte all’opportunità del desiderio.
Io non sono dialettico.
Infatti la dialettica direbbe: la foglia non cadrà, e poi cadrà; ma nel frattempo tu sarai cambiato e non ti porrai più la domanda.
(Da ogni persona a cui mi rivolgo per conoscere la sorte mi aspetto che mi dica: la persona che ami ti ama e te lo dirà stasera.) [Barthes]

Paradosso esorbitante.

LicosaBen presto, o contemporaneamente, la domanda non sarà più: “Perché non mi ami?”
Ma: “Perché mi ami solo un po’?” – Come fai ad amare solo un po’? – Che cosa vuol dire amare un po’?
Io vivo nel regime del troppo, o del non abbastanza: avido come sono di coincidenze; tutto ciò che non è totale mi sembra parsimonioso, ciò che io cerco è occupare un luogo da cui non siano più percepibili le quantità, e da cui sia bandito il bilancio.
O anche – dato che sono nominalista -“Perché non mi dici che mi ami ogni altra cosa?”
La verità è che – paradosso esorbitante – non smetto mai di credere di essere amato. Io allucino ciò che desidero.
Risvegli tristi, risvegli strazianti, risvegli bianchi, risvrgli pieni di sgomento… ecco le mie mattine.
Dio quanto vorrei risvegliarmi abbracciato a te.
Ti amo. [R. Barthes]

E’ rimasto questo.

Ho provato a scrivere tutto quello che c’è tra te e me,
tutto quello che penso, che provo, che sento,
che spero, che giuro, che voglio, che imbroglio, che credo di aver capito,
che so di non aver capito e che comunque che.
Ho tolto poi tutto quello che non è essenziale, tutto quello che fa paura,
tutto quello che non è sincero, tutto quello che non è vero,
tutto quello che non importa, tutto quello che non conta, tutto quello che
può essere frainteso, conteso, mistificato. dimenticato, perso: insomma tutto
quello che.
Alla fine è rimasto questo: sono felice quando sei felice, sono triste quando sei triste.
E quando non ci sei mi manchi.
Un bacio (indecente… naturalmente) – [C. Lucarelli].