Nefelomante.

Aria, a pieni polmoni, dopo così tanto tempo; sorsata d’acqua limpida che lenisce l’arsura di un deserto fatto di mancanza di idee narrative, di crescente inciviltà, di rapporti sociali in avaria.

Compagno di sette ore di viaggio in un week end d’autunno – inaspettatamente – trasformato in un fine settimana primaverile.

Completo, sorprendente, emozionante: un ristoro dell’animo.

Ho provato a diventare nefelomante, a imparare l’arte di vivere il tempo e non farlo invecchiare.

Imparare tutto ciò non è semplice, però, complice anche una mia certa inettitudine, ma credo, almeno, di aver cominciato a percorrere la strada giusta.

Decisamente appassionanti i nove racconti che Antonio Tabucchi – maestro d’arte della parola, affabulatore di parole scritte – narra in quelle pagine caratterizzate da infanzia, maturità, vecchiezza.

Tre racconti, in particolare, hanno permesso alla mia immaginazione di volare: Festival, Controtempo e Nuvole.

“Qual’è la cosa più bella al mondo?”

Avere ancora del tempo, credo… !

Il Tempo Invecchia In Fretta, questo il titolo del volume che Antonio Tabucchi ha pubblicato nella collana “I Narratori” di Feltrinelli.

P.S.: Dimenticavo: Nefelomante, Nefelomanzia: manzia=indovinare, nefele=nuvola; arte divinatoria che permette al nefelomante di “indovinare” – predire – attraverso le “evoluizioni” di forma delle nuvole.

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Unicuique suum.

Reperita in rete

Reperita in rete

L’ordinamento di un sistema! E dov’è qui il sistema? C’è mai stato, ci sarà mai? Essere stranieri nella verità e nella colpa, e insieme nella verità e nella colpa.

Uno dei compagni (fortunatamente piacevole) di questa mia terribilmente pessima (lasciatemi passare i due superlativi così ravvicinati) estate è stato un piccolo gioiello (centocinquantuno pagine da leggere tutte d’un fiato, edite da Adelphi), scritto da Leonardo Sciascia, che non avevo mai avuto l’opportunità di leggere, purtroppo.

Leonardo Sciascia, autore caratterizzato da un raffinato modo di pensare nonché da uno squisito stile narrativo, seguitissimo negli anni Settanta e Ottanta, era di origini siciliane; nel 1988 propose “A ciascuno il suo“, un componimento narrativo che – come affermò Calvino – potrebbe sembrare un giallo, ma non lo è.

Nonostante molti abbiano letto e recensito questo libro di Sciascia, nessuno descrive e definisce quel “suum” che viene distribuito ai quattro personaggi principali.

La ragione di tutto ciò, probabilmente, è dovuta al pensiero che definire quel “suo” redistribuito rivelerebbe la trama del narrato, perciò evito di definirlo per rendervi curiosamente avidi di leggerlo.

Rischio di affondare nella banalità dicendo che Sciascia riesce a descrivere in maniera eccellente la mentalità siciliana, con le sue raffinatezze e non, e a caratterizzare i suoi personaggi che – in questo caso – hanno davvero trovato un autore.

E’ comunque stato un piacere ritrovare una “certa maniera” di scrivere in italiano.

L’uomo senza qualità: Ulrich.

chattosilvestro.jpg Mi emoziona parlare de “L’uomo senza qualità” – l’ho letto per la seconda volta – e del suo autore poiché percepisco questo romanzo (è riduttivo definirlo tale) come un qualcosa di grandioso, farcito di raffinatezze del pensiero.

Descrive un particolare periodo, storico-culturale, sottolineando fatti e misfatti, focalizzando le vite di alcuni personaggi oltre che del protagonista.

E’ un romanzo incompiuto, ma tutt’altro che incompleto; è noto inoltre il controverso criterio cronologico secondo cui sono stati disposti gli inediti, ma rivalutarlo avrebbe potuto rivelare nuovi risvolti. L’evoluzione del pensiero musiliano infatti avrebbe potuto, addirittura, trasformare il canovaccio.

A mio parere – come altre volte ho affermato – modelli matematici e geometrici sono alla base dell’esecuzione di tutte le arti, da quelle visive a quelle letterarie, o musicali e via dicendo.

Condivido quindi la passione di Ulrich, il protagonista, per la matematica; lo stesso Musil – e Ulrich non è altro che espressione dell’autore – diceva: “Dispone (la matematica) di una meravigliosa apparecchiatura spirituale fatta per pensare in anticipo tutti i casi possibili”.

Si riferiva al calcolo differenziale, quel calcolo che consente di determinare il valore di una variabile rapportandola e confrontandola con altre variabili.

Non potrebbe essere questa concezione l’intelaiatura de “L’uomo senza qualità”?

Esaminando l’opera: Ulrich (l’uomo senza qualità), gli amici Clarissa e Walter (gustoso e fine l’intreccio di sentimenti che aggroviglia i due e Ulrich), la divina (per intelletto e bellezza, “un’idra di bellezza” come la definisce Musil) Diotima, Bonadea (l’amante sposata), il padre di Ulrich, i personaggi di potere e le proprie strategie, la situazione politica, la letteratura, le arti e la musica del periodo (tutte variabili di uno stesso contesto, di uno stesso “tempo” storico) interagiscono nella costruzione del libro.

Ogni personaggio e ogni situazione sono legati da rapporti biunivoci e si modificano relazionandosi.

Seguire le volute del pensiero di Ulrich-Musil è come impigliarsi nella rete del ragno e restarne prigionieri; sono volute intriganti, base di ulteriori riflessioni, significanti il periodo descritto, ma anche l’animo umano in genere.

“Lo spirito disfa, scompiglia e ristabilisce in un nuovo rapporto. Il bene e il male, il sopra e il sotto, se non sono per lui concetti relativi in senso scettico, sono però membri di una funzione, valori che dipendono dalla concatenazione in cui si trovano […].”

E l’animo complesso di Ulrich è descritto anche attraverso gli episodi delle sue relazioni amorose; gli accadde di interrompere il rapporto con Bonadea, dopo una lunga elaborazione, poiché: “[…] ella era ormai un impersonale centro di forza, la dinamo ingolfata del suo impianto d’illuminazione […]”.

E le inviò una lettera in cui spiegava: “La grande vita d’amore in fondo non ha nulla a che fare col pensiero e col desiderio <sii mia>, che appartengono alla sfera del risparmio, dell’appropriazione e della voracità.”

Microcosmi musiliani

halfface.jpg“La carta moschicida Tangle-foot è lunga all’incirca trentasei centimetri e larga ventuno centimetri […]. Se una mosca vi si posa – non per avidità ma per conformismo, perché ve ne sono già attaccate tante altre – resta presa dapprima per l’estrema falange ricurva di tutte le sue zampette. Sensazione lieve, inquietante, come quella che si proverebbe camminando nel buio a piedi nudi, e inciampando all’improvviso in qualcosa che altro non è ancora se non una resistenza indefinibile, morbida e calda […]. Poi le mosche si tendono tutte in uno sforzo massimo, come tabetici che vogliono nascondere il loro male o come vecchi militari tentennanti (le gambe un po’ arcuate, come quando si sta su una cresta aguzza) […].”

E continua, ma non posso continuare a trascrivere; vorrei continuare a leggerlo per voi, per poter rendere meglio l’acutezza, la profonda osservazione, il dilatarsi, acquisendo straordinari contenuti, delle “quisquilie” musiliane.

Iniziano, con il testo sopra citato, quelle “Pagine postume pubblicate in vita” (la disquisizione sul perché del titolo è incredibile!) che l’autore, demoralizzato, cominciò a riunire dubitando di poter mai condurre a termine “L’uomo senza qualità”.

Si lascia andare, quindi, all’analisi dei microcosmi che lo circondano, conscio della “profonda separazione dalla vita” che caratterizzava “lo Scrittore” in genere; ma per quanto lo riguardava era dovuta, in particolare, al dover lasciare la Germania ormai nazista.

Nasce così l’ultima opera data alle stampe nel 1936, ma costituita da racconti scritti dal 1913 al 1929.

I nostri occhi scorrono, così, le parole, le pagine di questo piccolo volume suddiviso in tre sezioni, dai seguenti titoli: “Immagini”, “Considerazioni sgradevoli” e “Storie che non sono storie” che presentano brevi, appassionanti, analitici racconti.
E ci si potrebbe stupire nel leggere le descrizioni di questi microcosmi, nel pensare che l’autore de “L’uomo senza qualità” possa aver laboriosamente osservato delle “minuzie”. Così come accade in quarta di copertina, ci si potrebbe chiedere: “Ma non è proprio attraverso queste quisquilie che si scopre l’essenziale?”

Risponderei, per quanto mi riguarda, che è proprio così: è dalle piccole cose che nascono le grandi imprese.

E’ un pensiero che, spesso, mi aiuta a sopportare qualunque angheria.