Le strade del fado.

halfwomanfacei.jpgParti’ da Fiumicino pensando di effettuare il solito atterraggio con le case che, a mano a mano, si ingrandiscono, come sotto l’effetto di una lente, gli alberi che sembrano volerti abbracciare, le strade che paiono sempre più vicine.

Non fu così.

In fase di atterraggio l’aereo virò e, descrivendo un semicerchio, permise di sorvolare la foce del Tago; il grande fiume che diviene un piccolo corso d’acqua se, spostando un po’ l’occhio, si inquadra la vastità dell’oceano.

Immersi nelle due masse d’acqua, uniti da un ponte, sono due lembi di terra cui tutt’intorno si estende la “città bianca”: Lisboa.

Ammirando l’inaspettato spettacolo, grandioso, bello, penso’: “Sarà una vacanza indimenticabile!”

Senti’ di amare quella città già prima di visitarla, la senti’ “sua” così come poche volte le era capitato (solo con Roma, dove viveva, e Londra). Usci’ dall’aeroporto con quello spettacolo naturale ancora negli occhi, ando’ a ritirare la macchina noleggiata e si diresse verso il cuore della città.

Nei primi giorni di permanenza visito’ la Lisbona della tradizione, tra le cui stradine scivolavano le note malinconiche del fado, spesso dal vivo, o cantate dalla grande Amalia Rodriguez; quel giorno bevve una freddissima cerveza, al Caffè “A Brasileira”, al cospetto di Pessoa (la statua del poeta è sempre seduta a uno dei tavolini, e scambio’ con lui parole inventate).

Le sembro’, poi, di vivere all’interno della celluloide scenica di “Sostiene Pereira” per quel tram, cosi’ caratteristico, che dalla stradina ripida scendeva verso lei; si sposto’, quindi, verso il porto, e non manco’ di visitare la Torre di Belém e la Casa dos Bicos (Punte).

La fantastica e appassionante Lisboa però non era la sola meta.

Si diresse verso Setubàl, cittadina dalle strade strette e pulitissime, dalle pietre lucide, ogni suo angolo è pittoresco, con case basse dalle piccole finestre con fiori coloratissimi, in passato abitate da pescatori.
Visitò il caratteristico mercato in cui non mancavano i banchi invasi dal coloratissimo, enorme e bellissimo pescato dell’Atlantico; e le torno’ alla mente, quale perfetta rappresentazione di quanto stava osservando, il quadro di Guttuso con il mercato del pesce alla Vucciaria. Un incanto, tutte e due le cose!.

Nei giorni a seguire viaggio’ verso Coimbra; famosa per l’università antichissima, le architetture, l’Orto botanico. Avrebbe voluto pernottare in una posada, incantata dal panorama sublime (soffriva forse della sindrome di Stendhal?) – una finestra sul mare immenso – che si godeva da un castello adibito a ospitare viaggiatori, ma nessuna camera era disponibile; si adatto’ perciò a riposare in uno degli alberghi bellissimi.

L’indimenticabile di quel viaggio stava per verificarsi, e accadde su una spiaggia vicinissima a Porto, città in cui visito’ diverse cantine di produzione del porto – il famoso vino da dessert – che degusto’ anche.

Ma… tornando alla spiaggia: immensa, vuota, bianca, un gruppetto di persone più in là.

Di fronte la grande massa d’acqua, si ritrovo’ al cospetto dell’oceano e… percepi’… senti’ insomma… il suo essere infinitamente piccola.

Era circa mezzogiorno, il sole splendeva alto, non c’erano nubi. D’un tratto si sentirono le sirene del porto e, altrettanto improvvisamente, non si vide piu’ il gruppo di persone poco lontano da lei.

Un grosso banco di nebbia, proveniente dal mare, aveva invaso la spiaggia.
Un’atmosfera irreale, luminosissima, ovattata. Intorno la sensazione del nulla. L’oceano era scomparso. Regnava il silenzio assoluto.

Fu così per circa un quarto d’ora, con del timore addosso.
Inspiegabilmente, poi, la nebbia si diradò.

La sirena del porto fischio’ nuovamente, nuovamente ritrovo’ se stessa sola al sole e il gruppetto di persone più in là.

E… l’amore?

Ti muovi tutta quando cammini!

townoverbody.jpg
“Allontanarsi dalla striscia gialla di sicurezza.”
“Si pregano i signori viaggiatori di agevolare l’uscita dei passeggeri.”
Richieste spesso non ascoltate, i soliti borbottii d’acqua infiltrata nella galleria, le sliding doors che spesso si richiudono e, altrettanto spesso, sono difettose; il treno riparte mentre ha già raggiunto quelle scale che, volenti o nolenti, salgono o scendono anche se deserte.
Lascia – talvolta – che la conducano in superficie, ma quasi sempre sale mentre gli scalini salgono; è in questo lasso di tempo che si decide la sua giornata.
Se già, in quel mentre, non la raggiungono le flebili, ma “calde” vibrazioni di quella voce, lo scorrere delle ore sarà estenuante.
Intona sconosciuti ma intensi suoni popolari centro-latini-americani, sotto un cappellaccio che sta troppo su sulla testa, sotto quei ringlet hair così caratteristici e mediamente lunghi, da un viso scuro, simpatico, espressivo, ironico.
Percorre il breve tragitto in tre o quattro minuti che, se accompagnati da quella voce, sono di intenso piacere; si dice che la felicità sia solo un attimo, lei quasi ogni mattina ha più di un attimo, si considera fortunata.
Accovacciato, marrone e nero d’inverno, coloratissimo d’estate, abbraccia la sua chitarra, segue i passi di migliaia di persone e, alcune volte, con gli occhi scuri – che percorrono i corpi per raggiungerne i volti – sorride.
Accade che, mentre qualche suo amico lo accompagna con la chitarra, come ombra, segua le persone imitandone l’andatura e la gestualità.
Lo vide, infatti, una volta, seguire sfacciatamente un ufficiale di marina: impettito, sfoggiava tutti quei quadratini e rettangolini colorati che lo rendevano “qualcuno”.
Non si meravigliò, quindi, il giorno che le andò incontro imitando il suo passo e, con sorriso ironico, in un buon italiano, disse: “Ti muovi tutta quando cammini, ma le spalle sono sempre fermissime.”
Sorridendo, forse un po’ infastidita, di rimando: – Sono una “piombina”, un piccolo piombo.
E gliene spiegò il significato.
Perplesso le chiese il perché di quella definizione; gli spiegò che, probabilmente, quella parte così immobile era l’espressione di un non so che di plumbeo, di grigio come il colore di alcune nuvole, nel suo modo di essere. Sorrise ancora aggiungendo: “… è solo una piccola parte.”
E continuò a imitare la sua andatura percorrendo il sottopassaggio.

Eterno femminino.

Elipses

Non e’ bella. Non si puo’, pero’, non seguirla con lo sguardo quando percorre il marciapiede sulla sinistra, sempre quello, mai sul lato opposto.
Quel suo modo di camminare, cosi’ particolare, e’ naturalmente fluido, morbido nel movimento regolare di ogni passo.
Con gli occhi bassi ma le spalle dritte, appena sfiorate dalla lunghezza dei capelli biondi e lisci, percorre con passo armonioso, – anche quando il ritardo la obbliga ad aumentare l’andatura e rivelare percio’ un’eventuale finzione nell’incedere -, le sue gambe ritmano l’elegante movenza del suo corpo.
Sentimentalmente sola, vive con la mamma e la sua bambina; talvolta – si nota – tenta di imbastire una nuova storia d’amore, un qualche uomo sembra volerle regalare attimi eterni di felicita’.
L’aggettivo pero’ scompare, e gli attimi restano davvero tali, dopo brevissimi periodi è nuovamente “donna sentimentalmente sola”.
Proprio ieri l’altro l’ho incontrata nel suo twin set color rosa – incredibile il piacere cromatico creato dal connubio tra quel rosa e il biondo dei capelli; la giacchina – lasciata aperta – sottolineava le linee che, dalla base del collo, disegnavano i profili dei seni al di sopra della maglietta dalla scollatura poco generosa.
Una gonna leggera, dai fiorellini rosa su fondo nero, fasciava i suoi fianchi – torniti – e avvolgeva le cosce, mentre all’altezza delle ginocchia si liberava con una balza che, ondulando, si sollevava a ogni passo.
Gli occhi, sempre con lo sguardo oltre, nel vano tentativo di mostrarsi lontana da tutto e da tutti – sottile confine di estraniazione -, tradiscono il pieno coinvolgimento nei problemi dovuti al “dover vivere” quotidiano.
E’ fiera, pero’.
Cerca, tuttavia, di nascondere – nel suo avanzare rasente i muri – il desiderio di voler passare inosservata.
Non puo’ riuscirci pero’, dovrebbe saperlo ormai; eviterebbe in questo modo tutta la fatica spesa per rendersi fantasma, sia nelle ore diurne sia in quelle notturne.
Credo convivano, nel suo modo di essere, duellando quotidianamente, fierezza e timidezza.
Ricorda – se si osservano, anche solo per poco, i suoi modi di fare – le donne del bianco e nero italiano degli anni Cinquanta: tristi e fiere, massacrate dall’ingenuita’ e dalla speranza, deluse dal sogno di una vita meno irta di ostacoli.

Sole d’inverno.

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L’automobile si fermò in uno spiazzo bianco, i pneumatici
sui sassolini diedero voce alla lenta frenata, alla sosta quindi; tutt’intorno
dominava il verde intenso degli alberi della montagna, ma non vi era il gran
silenzio che il luogo avrebbe meritato.

Sole. Una giornata limpida,
si annusava l’aria della prossima primavera.

La voce bassa, quasi
impastata, descrisse un presunto rapporto d’amore e dopo centocinquanta, o
duecento forse, parole concluse:

alla fin fine ne ho guadagnato solo la sieropositività.

Lentamente, per non permettere che quel movimento
collaborasse a ridurla in mille pezzi, diresse la mano verso la maniglia per
aprire il vetro e, altrettanto lentamente, la nota frizzante aria dell’ormai
prossima primavera cominciò a invadere l’abitacolo.

Non riusciva a comprendere se una lama l’avesse trafitta.

Indescrivibile
quella sensazione.

Non vi era abbastanza silenzio intorno affinché le
lacrime scendessero libere e non soffocate.

Dolore, rabbia, paura, … pensieri: “Non è possibile
suicidarsi così”.

Continuò: – … so che è come se ti fosse caduta addosso
una tegola.

Era vero,
quindi, tutto quanto aveva supposto: la disistima verso te stessa, un grosso
complesso di inferiorità, traumi infantili, mancanza d’affetto, tutto in questa
rovinosa caduta.

E mentre
ascoltava le sue nuove parole:

– … da giugno dello scorso anno so di essere
sieropositiva, non te lo ho detto sinora perché non volevo rovesciarti addosso
il peso di questa situazione. Ora il mio rapporto con lui sta finendo, dovevo
dirlo. Oltre lui, la sua famiglia e me, nessuno lo sa.

Mute,

grevi parole

filtrano capelli

(nuvole inanellate),

tra raggi di luce,

urlano

silenziosa solitudine:

sapore di morte.

Ricordò la scena di un anno prima, circa.

Il rettangolo di una finestra, chiuso; la persiana
totalmente riavvolta, il vetro non riusciva a trattenere quella luce, tipica
del primo mattino estivo in una cittadina di montagna, che invase la stanza.
Una figura femminile si stagliava contro quella luce; nella stanza un silenzio
innaturale, compatto, fatto di pensieri
ammucchiati, stretti l’uno all’altro.

Ipotizzò che fossero i soliti pensieri, composti da una
variegata gamma di temi, dai più problematici ai più semplici, da quelli
materiali ad altri legati strettamente a fattori di carattere.

Pensieri, scene ideali e ricordi che in quel mattino,
probabilmente e chissà perché, erano più sentiti; ma non era così, lo scopriva
solo adesso.

In quell’abitacolo, con lei vicino, cercò di dominare il
senso di impotenza che l’aveva pervasa; ma doveva badare anche alla sottile
voglia di scagliarle contro tutta la
rabbia e di scagliarsi contro di lui che aveva manifestato tutta la sua
vigliaccheria.

A cosa sarebbe servito?

Per il presunto “grande amore” aveva dato tutta se
stessa; di più, aveva rovinato la sua vita dandola in pasto al nulla.

“Amore” colmo di controlli, litigi, scenate di gelosia,
inutili continue dimostrazioni che a lui non bastavano mai; e, pian piano,
rinunciava a tutto ciò che faceva parte della sua vita, annullava la sua
personalità.

Il “grande amore” l’aveva condotta a infischiarsene di
tutti coloro per i quali era una persona da amare.

Egoismo?

(Il grande amore, l’immolarsi per esso, il sentimento di
grandezza dovuto al sacrificarsi, il dimenticare le persone che avrebbero
sofferto della sua sofferenza).

Cosa dire?

Le labbra non proferirono altro.

Avrebbe dovuto soltanto continuare la lotta contro la
malattia.

L’automobile, poi, riprese il suo vagare tra le strade.

Dreadles

“Allontanarsi dalla striscia
gialla di sicurezza.”

“Si pregano i signori
viaggiatori di agevolare l’uscita dei passeggeri.”

Richieste spesso non
ascoltate, i soliti borbottii d’acqua infiltrata nella galleria, le sliding
doors che spesso si richiudono ma altrettanto spesso sono difettose, il treno
che riparte mentre ha già raggiunto quelle scale che, volenti o nolenti,
salgono o scendono anche se deserte.

Lascia talvolta che la
conducano in superficie, ma quasi sempre sale mentre gli scalini salgono; è in
questo lasso di tempo che si decide la sua giornata.

Se già, in quel mentre, non
la raggiungono le flebili, ma “calde” vibrazioni di quella voce, lo scorrere
delle ore sarà estenuante.

Intona sconosciuti ma intensi
suoni popolari centro-latino-americani, sotto un cappellaccio che sta troppo su
sulla testa, sotto quei ringlet hair così caratteristici e mediamente lunghi,
da un viso scuro, simpatico, espressivo, ironico.

Percorre il breve tragitto
in tre o quattro minuti che, se accompagnati da quella voce, sono di intenso
piacere; si dice che la felicità è solo un attimo, lei quasi ogni mattina ha
più di un attimo, si considera fortunata.

Accovacciato, marrone e nero
d’inverno, coloratissimo d’estate, abbraccia la sua chitarra, segue i passi di
migliaia di persone e, alcune volte, con gli occhi scuri, percorre i corpi per
raggiungere i volti, e sorride.

Accade che, mentre qualche
suo amico lo accompagna con la chitarra, nelle vesti di ombra, segua le persone
imitandone l’andatura e la gestualità.

Lo vide, infatti, una volta,
seguire sfacciatamente un ufficiale di marina: impettito, sfoggiava tutti quei
quadratini e rettangolini colorati che lo rendevano “qualcuno”.

Non si meravigliò, quindi,
il giorno che le andò incontro imitando il suo passo e, con sorriso ironico, in
un buon italiano, disse: “Ti muovi tutta quando cammini, ma le spalle sono
sempre fermissime.”

Sorridendo, forse un po’
infastidita, di rimando: “Sono una “piombina”, un piccolo piombo.” E gliene
spiegò il significato.

Perplesso le chiese il
perché di quella definizione; gli spiegò che, probabilmente, quella parte così
immobile era l’espressione di un non so che di plumbeo nel suo modo di essere.
Sorrise ancora aggiungendo: “… è solo una piccola parte.”

Statue di carta

Carta
di statue
increspa
sotterranei musicali,
colmi di occhi languidi;
fermi,
nel tempo,
passi frettolosi
scorrono
statue di carta.

Si susseguono le pareti del sottopassaggio della metropolitana, underground,
metrò, subway, inebriato dal dolciastro odore d’incenso, dal colore d’Africa
umano e sorridente, decorato da mosaici ora belli ora brutti. Tante fermate,
una in particolare, Spagna: torme di genti, in passato, formicolanti e ora
incanalate per mancanza di buon senso. Se non avessero messo, lassù sul
soffitto, delle frecce e dei divieti di accesso, sarebbero rimasti fermi nella
confusione, senza poter entrare, né uscire.
Ma è possibile definire metropolitana quei treni che passano, specialmente dopo
le nove del mattino, con una frequenza che raggiunge gli otto-dieci minuti
(soprattutto la metro B)?
Si possono però ammirare i graffiti, alcuni bellissimi; si può ascoltare
musica: c’è un trio sax-chitarra-fisarmonica, una solista di violino diversi duo tamburello-fisarmonica.
Una volta soltanto ho potuto ascoltare un flauto di Pan che acquisiva fiato
dalle labbra di un ragazzo dai tipici lineamenti indios. Di tanto in tanto si
rifà vivo un prestigiatore che attrae gli occhi con i suoi trucchetti.
Scorrono così le giornate, colme anche delle due ore in metrò tra suoni,
graffiti e ritardi.