ESTINZIONE: Popoli e Linguaggi

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Werner Herzog, qualche giorno fa, ha dichiarato che, tra i tanti progetti che gli “frullano” nella testa, uno riguarda i popoli e i linguaggi in via di estinzione.

Vero è che Herzog sia definito “visionario”, ma immaginare un suo film sull’estinzione dei linguaggi e delle rispettive popolazioni – per me che, ovviamente, non ho alcuna idea di come poter costruire un tale film – mi affascina ma mi rende perplessa, anche.

Il tema scelto da Herzog, inoltre, è sicuramente molto affascinante; la perdita, l’estinzione – che purtroppo è inevitabile – di alcuni popoli e dei rispettivi linguaggi rientra nell’ambito della perdita di Biodiversità.

Perdere Popoli e Linguaggi significa perdere un po’ della memoria e della nostra storia.

Ogni linguaggio custodisce un patrimonio di conoscenze e cultura perciò per ogni linguaggio estinto si ha perdita di conoscenza e difficoltà nel rimpiazzarlo.

Lingue, linguaggi e comunicazione esistenti tra gli individui di una comunità sono espressione precisa dell’identità di popolo, del riconoscersi come popolo.

Il flusso di migliaia di persone verso le grandi città, attratte dalla speranza di poter accedere – in parte – alle ricchezze e alle opportunità che i grandi centri possono offrire, si comprime quando molti individui – NON usufruendo delle risorse, che non sono per tutti, – sono costretti a vivere ai margini.

L’immersione tra le persone, le case, le vie delle metropoli comporta la perdita della propria identità, l’individuo perde il legame con la sua storia; accade perché si abbandona la propria lingua e cultura, quindi le proprie tradizioni.

Accade perché tentano di riuscire a far parte di una cultura diversa, di una società nuova.

Alcune nazioni mostrano la propria omogeneità come vessillo per assicurarsi il futuro e mettono in pratica strategie di assimilazione nei confronti di popoli che hanno diversa cultura. Se una lingua viene a mancare, il popolo che la parlava si lacera e ogni singolo individuo di quel popolo diviene “isolato” e “preda” di altre culture.

Non è un caso quindi che molte strategie di assimilazione prendano di mira proprio le lingue: scrigni che proteggono culture e saperi, mezzo attraverso il quale ogni comunità perpetua se stessa.

E’ esempio classico la ritrosia di alcuni immigrati, soprattutto in un primo momento, nell’apprendere la nuova lingua, tentando così, anche in terra straniera, di conservare tradizioni e ricordi del paese lontano.

Tutto questo, come di solito accade, è riconducibile a un problema economico: popoli ed etnie dividono una stesso territorio, lottano per accedere alla maggior parte delle risorse che, ormai, non riguardano più i beni primari (bestiame, coltivazioni, minerali), ma tecnologie, conoscenze e informazioni.

L’economia di ogni singolo paese è interconnessa a quella di tutto il mondo; le piccole comunità sono depositarie della maggior parte della diversità linguistica del mondo, vengono però messe ai margini, isolate.

Per tutti questi motivi, quindi, le lingue, gli idiomi, i linguaggi sono un mezzo di lotta economica e politica.

Conoscere una lingua come l’Inglese, a esempio, è necessario per accedere a risorse e informazioni sempre maggiori (non è un caso che qualcuno, tra gli Inglesi, abbia pensato di chiedere delle royalties sull’uso della loro lingua!!!!!).

Tutto il processo di integrazione, per raggiungere risorse e informazioni, assolutamente NON aumenta l’uguaglianza tra gli individui, al contrario invece ne accentua le differenze accentrando le risorse e tarpando le aspirazioni dei popoli.

In questo modo, impadronirsi delle terre dove vivono comunità che, oramai, non hanno più neppure un’identità e un nome diventa facilissimo.

La perdita delle lingue quindi conduce alla ribalta l’antico problema dei DIRITTI degli individui e dei popoli.

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