Soja transgenica, Monsanto e la Pampa.

Da pochissimo la comunità europea ha autorizzato l’utilizzazione di prodotti transgenici.

02.03.2010 – Ore 12.08. L’Ansa annuncia: «Via libera della Commissione Ue alla coltura in Europa della patata transgenica Amflora, per uso industriale. Il via libera sarà accompagnato dal lancio del dibattito politico sul futuro del dossier degli Ogm nell’Ue seguendo la linea del presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, il quale ha dichiarato nelle scorse settimane “di non voler imporre la coltura degli Ogm in Europa”».

Molti di noi sanno, ormai (ma lo abbiamo realizzato bene?), che da tanto ormai, nonostante il divieto, un gran numero di cibi, che consumiamo, contengono soja e mais transgenico (i primissimi prodotti a esser stati manipolati).

Proprio ieri, libera da qualche impegno, mi sono imbattuta nell’articolo che riporto di seguito – interessantissimo – e che “illustra” quello che è accaduto e sta accadendo per produrre la soja transgenica.

Stanno – ovviamente – cercando di “occultare” studi e ricerche, qualcosa però riesce a passare le maglie della… “censura”?

L’articolo è in spagnolo – non lo traduco perché non conosco così bene lo spagnolo da poter fare una traduzione – credo però che la maggior parte possa comprendelo; la versione intera di quello che è qui riportato si trova qui:

http://tierralibertadyterritorio-tlyt.ning.com/profiles/blogs/alberto-lapolla

è interessante leggere anche tutto il resto perché per produrre soja, in Argentina, si stanno creando disastri ambientali, alla salute delle persone, senza alcun beneficio.

Ecco l’articolo di Alberto J. Lapolla (Ingegnere Agronomo, genetista e storico, Direttore dell’ Instituto de Formación de la CMP).

“Según todo indica la cosecha de sojaRR (transgénica-forrajera) de esta campaña 2009-2010, orillará las 52 millones de Tn, abarcando la friolera de 19 millones de has sembradas. Lo cual implica
alrededor del 57 % de la producción total de granos y el 55%
del área
sembrada. Esto es, una profundización aun mayor del monocultivo sojero y del proceso de sojización.

Proceso que pagamos destruyendo casi todas las demás actividades agrícolas y transformando a uno de los mejores ecosistemas del mundo para producir alimentos, en una factoría neocolonial de producción de ‘pasto-soja’, subsidiando la producción industrial de China, la India y la Unión Europea.

Países que no desean producir materias primas a ser usadas en cadenas
alimenticias secundarias, las que compran a países del Tercer Mundo (nosotros) mientras destinan todos sus recursos agrícolas a producir alimentos, sosteniendo su soberanía alimentaria, contrapartida de un proceso de industrialización exitoso, tal cual hicimos los argentinos entre 1945 y 1976.

La Argentina por el contrario destina la mayor superficie posible de de su
feraz pradera pampeana (más de 35 millones de hectáreas) a producir parte de la cadena alimenticia de otros países, ignorando o debilitando la nuestra. Nuestro vecino Brasil, y el propio Chile -a pesar de su modelo neocolonial- no actúan así. De tal forma la otrora famosa soberanía alimentaria argentina es hoy cosa del pasado.

Hecho que puede comprobarse en el reciente desmedido aumento del precio de la carne, debido a la reducción constante del stock y de la
superficie ganadera, que la sojización produce, expulsando la ganadería a
regiones marginales de menor productividad.

De tal forma, la ganadería perdió desde el inicio de la sojización la increíble cifra de 13.5 millones de has en Pampa húmeda y una cifra cercana a los 3 millones de cabezas por año, en las últimas cinco campañas, produciendo una drástica reducción del stock. Este proceso viene unido a la concentración de la producción de carne para el mercado interno en los feed-lots, que hoy concentran casi el 80% de la producción de carne para consumo interno.

Carne ‘chatarra’ contaminada con antibióticos, anabólicos, hormonas, vacunas, funguicidas, y sobre todo con animales alimentados sin pasturas naturales, con alto nivel de granos, lo cual altera totalmente su composición nutricional, afectando la salud de la población que los consume.

Es decir, la de la mayoría de los argentinos, pues los feed-lots producen 11 de los 14 millones de cabezas de ganado que se faenan por año. El resto son animales criados a campo con pasturas, que van a exportación o a cortes de alto precio.

Lo mismo ocurre con las demás producciones desplazadas por la sojización, como la horticultura, la lechería, la fruticultura, la apicultura, y la producción familiar en general, lo cual ha afectado notoriamente los precios y la oferta -en cantidad y calidad- de frutas, verduras y lácteos.

La producción familiar que debería ser la base de la recomposición de un modelo productivo, sano, solidario, democratizador, descentralizador y repoblador del campo argentino, y principalmente productor de alimentos, por el contrario es arrasada por las fumigaciones aéreas de glifosato -ya limitadas en los EE. UU., y Europa- y por los precios absurdos de la tierra sojizada.

A esto hay que sumarle la depredación al ecosistema, la contaminación de napas, fuentes de agua, arroyos y ríos, la exportación masiva de nutrientes que supera holgadamente los 1500 millones de doláres por año.

La absoluta destrucción del bosque nativo. La destrucción de fuentes de trabajo: la sojaRR crea 2 puestos de trabajo cada 1000 has y destruye 9 de cada 10, debido a su técnica de cultivo por Siembra Directa.

Sumemos también la expulsión masiva de pequeños chacareros y
arrendatarios y la expulsión de comunidades indígenas que los sojeros producen y la degradación del suelo que la repetición del ciclo continuado
soja-trigo-soja produce.

Sumemos la destrucción de la flora, la fauna, la microflora, la
microfauna, y la disminución masiva de la Biodiversidad, que la sojización
produce en forma permanente y continuada desde 1995.

Dejamos para el final, porque lo trataremos aparte, los graves efectos sobre la salud humana que producen los más de 300 millones de litros de agrotóxicos fumigados por campaña sobre la pampa sojizada y la población que la habita.

De tal forma, si uniéramos todos estos costos colaterales y estructurales (los sistemas agrícolas no son circuitos económicos cerrados sino abiertos) que la sojaRR produce a nuestra economía y que hemos abordado en otros artículos, sería poco lo que nos restarían de los aproximadamente 19 mil millones de dólares en bruto, que reportará la enorme cosecha sojera.

Y esos costos en algún momento habrá que asumirlos pues año a año, iremos deteriorando nuestro ecosistema productivo, hasta acabar con el, sin posibilidad de retorno.”

Boscimani e ACQUA

Sono ripetitiva, ma bisogna tener conto anche di quello che accade lontano da noi; di fatti e disagi di cui pochi parlano.

Il problema dell’acqua per i Boscimani è lungo otto anni, o forse di più…

Da Survival:

Mentre il mondo celebra la Giornata Mondiale dell’acqua, i Boscimani Gana e Gwi del Botswana compiono otto anni senza poter accedere a una regolare fonte d’acqua nella Central Kalahari Game Reserve.

Nel tentativo di indurli ad abbandonare la riserva, loro terra ancestrale, nel 2002 il governo del Botswana aveva smantellato e cementato il pozzo da cui i Boscimani dipendevano per gli approvvigionamenti dell’acqua.

Nonostante la sentenza dell’Alta Corte del Botswana che nel 2006 sancì il diritto costituzionale dei Boscimani a vivere nella riserva, il governo ha continuato a negare loro il permesso di rimettere in funzione il pozzo, anche se i Boscimani si erano dichiarati disposti a procurarsi da soli il denaro necessario a coprirne i costi.

Contemporaneamente, mentre costringeva i Boscimani ad affrontare un viaggio di 480 km per andare ad attingere l’acqua fuori, il governo autorizzava l’apertura di un complesso turistico nelle loro terre, dotato di piscina, e faceva scavare pozzi per abbeverare gli animali selvatici.

Il trattamento riservato ai Boscimani dal governo è stato recentemente condannato dal Relatore Speciale delle Nazioni Unite sui popoli indigeni, che lo ha accusato di non esser riuscito a rispettare “i relativi standard internazionali sui diritti umani”.

Nel dossier si costata anche che i Boscimani rientrati nella riserva dopo la sentenza “devono affrontare condizioni di vita dure e pericolose a causa dell’impossibilità di accedere all’acqua”, e si sollecita il governo a riattivare il loro pozzo come “questione della massima urgenza”.

Dopo la sentenza, molti Boscimani sono rientrati a casa, nelle terre ancestrali del Kalahari.

Tuttavia, poiché non possono accedere al pozzo, sono soggetti a grave carenza d’acqua; dal giorno della chiusura del pozzo c’è stata almeno una morte accertata per disidratazione.

Molti altri Boscimani continuare a languire nei campi di reinsediamento in cui sono stati scaricati dalle autorità perché hanno paura di ritornare a casa sapendo di non poter accedere a una fonte d’acqua.

Duemila giorni dopo la chiusura del pozzo, i Boscimani hanno intentato una nuova causa legale contro il governo con l’obiettivo di riconquistare il diritto di utilizzare il pozzo.

Film Denuncia E Claudio Santamaria Per I 40 Anni di Survival

Prima di proporvi l’intervista a Francesca Casella, voglio soltanto ricordare che antropologicamente i popoli non possono evolvere – volendola dire alla Tabucchi: “evoluire” – senza la salvaguardia della biodiversità dei popoli e dei loro linguaggi.

Survival International compie 40 anni e celebra oggi i progressi compiuti nella difesa dei diritti umani dei popoli indigeni di tutto il mondo con un film-denuncia a sostegno della remota tribù dei Dongria Kondh. A narrare la loro storia è l’attore Claudio Santamaria, testimonial dell’associazione.

“Il lavoro di Survival è iniziato nel 1969 in un seminterrato di Londra, dove un pugno di volontari condivideva l’angusto spazio con altre piccole associazioni” racconta Francesca Casella, direttrice della sede italiana. “Da allora, è stata fatta tantissima strada.”

“All’epoca, i problemi maggiori dei popoli indigeni erano gli stermini di massa, la schiavitù, le epidemie e la disperazione di vedere improvvisamente cancellato il proprio universo nella quasi totale indifferenza del resto del mondo.

Oggi, ovunque abitino, molti popoli tribali continuano ad essere privati dei mezzi di sussistenza e costretti a cambiare vita; le loro terre restano invase da coloni, minatori, tagliatori di legna; i loro villaggi inondati da dighe e spazzati via da allevamenti di bestiame o parchi turistici. Tuttavia, l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei loro confronti è radicalmente cambiato.”

“Laddove quarant’anni fa l’assimilazione e l’estinzione dei popoli indigeni venivano date per scontate ed erano giudicate solo come un doloroso ma inevitabile prezzo da pagare nel nome del progresso, oggi, in molti hanno cominciato a riconoscere l’inalienabilità dei loro diritti, finalmente protetti anche dalle leggi internazionali e dalle costituzioni di molti paesi, soprattutto in Sud America. E il movimento indigeno mondiale è più forte che mai.”

“Certo – continua Francesca Casella – gli ostacoli da superare restano tantissimi: l’avidità, la miopia, il razzismo e le dittature… Ma le persone decise a lottare per aiutare i popoli tribali a mantenere il loro posto nel mondo e a determinare autonomamente il loro futuro, sono sempre più numerose.

È probabilmente questo il successo più importante raccolto sinora da Survival o, meglio, dai popoli indigeni stessi con il sostegno di migliaia di persone da ogni parte del pianeta.”

Survival è unica organizzazione che lanci campagne in difesa dei popoli indigeni di tutto il mondo. Aiuta le tribù più minacciate a difendere le loro vite, a proteggere le loro terre e a decidere autonomamente del proprio futuro contro ogni forma di pregiudizio e discriminazione.

Attraverso azioni mirate e un’intensa azione di lobbying, nel corso del tempo ha conseguito molti successi tra cui la creazione del Parco Yanomami nel 1992, in Brasile, il riconoscimento del diritto della tribù dei Jarawa a decidere del proprio futuro in India nel 2004, e la storica vittoria giudiziaria dei Boscimani del Kalahari del dicembre 2006. E tantissimi altri.

Attualmente sta seguendo circa 80 casi, distribuiti in 40 paesi diversi. Tra le campagne più urgenti c’è quella per i Dongria Kondh di Orissa, in India, minacciati dal gigante minerario Vedanta Resources.

A raccontare la loro lotta per impedire a una miniera di bauxite di distruggere la loro terra e la loro esistenza è il commovente documentario-denuncia “Mine. Storia di una miniera sacra”. Il filmato è stato presentato oggi in italiano con il sostegno di Claudio Santamaria, sua voce narrante.

Dopo nove mesi di indagini su un ricorso presentato da Survival all’OCSE, nell’ottobre scorso il governo britannico ha finalmente condannato la società Vedanta per il comportamento tenuto nei confronti dei Dongria e le ha imposto un “radicale cambiamento d’atteggiamento” ma a tutt’oggi nulla è mutato. Una squadra di Survival è tornata quindi sul campo la settimana scorsa.

“Per mantenere la nostra indipendenza – conclude Francesca Casella – non accettiamo fondi da nessun governo. A finanziare le nostre attività sono solo le donazioni dei sostenitori e i proventi delle attività di raccolta fondi. Spero che in molti vogliano quindi aiutarci a continuare il nostro importante lavoro finchè ai popoli indigeni non sarà stato riconosciuto il loro legittimo posto nel mondo.

Le loro sono società ricche, contemporanee e vibranti, e chiedono solo di poter continuare a vivere, libere da persecuzioni e secondo sili di vita e di sviluppo liberamente scelti.”

Le Torte di Manioca dei KALAPALO.

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Si estendeva per sei milioni e mezzo di chilometri quadrati ed era abitata da circa novantamila indios: così nel 1979 si presentava la foresta amazzonica, l’inestricabile groviglio di vegetali che custodiva la mitica anaconda, i colibrì e le farfalle (ritenute di buon augurio, da quelle parti).

Tra la vegetazione della foresta amazzonica, sulle rive di fiumi come lo Xingù, gli indios Kalapalo, popolazione formata da diverse tribu’, quali Kamayura, Yawalapiti, Waura, Mehinaku, si riconoscono in una sola identità culturale (Xinguanos).

Questi indios sin dagli anni ’70, dello scorso secolo, a causa della costruzione di una strada che attraversa il Brasile centrale, in gran numero, furono annientati dagli speculatori con questa motivazione: “Disturbano!”

I novantamila indios che vivevano nei villaggi, sino a poco prima degli anni Settanta, non erano mai venuti a contatto con la civiltà moderna (e non s’erano persi nulla, a mio parere!). Vivevano di caccia pesca e agricoltura; oltre alla manioca, coltivavano mais, cotone e tabacco.

All’esaurirsi della fertilità dei suoli coltivati, ricorrevano al fuoco per procurarsi nuovi terreni. Scelti i terreni, infatti, con asce di pietra ne abbattevano gli alberi e ne bruciavano il sottobosco, così che le ceneri potessero concimare la terra.

I Kalapalo avevano già scoperto l’importanza della foresta; da un gran numero di piante originarie e presenti nella foresta ricavavano droghe medicamentose, veleni e stupefacenti.

Addirittura sembra che, da una specie di Passiflora, riuscivano a ottenere una bevanda dagli effetti anticoncezionali simili ai moderni presidi chimici.

Il sale, invece, era ottenuto dalla cenere dei giacinti d’acqua ridotti in polvere cristallina.

Il veleno mortale – il curaro – delle frecce, utilizzate per la caccia, era invece ricavato dalle cortecce di numerosissime Strycnos; il curaro era in grado di paralizzare la muscolatura respiratoria, non nuoceva quindi a chi avrebbe dovuto mangiare le carni dell’animale ucciso.

La base dell’alimentazione di queste genti, comunque, era essenzialmente
la manioca.

Gli indigeni, infatti, avevano scoperto come estrarre dalla radice marrone e farinosa la dose di acido cianidrico che avrebbe potuto ucciderli.

Raschiavano infatti la radice con una conchiglia affilata, fino a renderla del tutto bianca; con un pezzo di legno intagliato e cosparso di decine di piccole spine, poi, grattavano la polpa bianca raccogliendola in una specie di colino (fuavi).

Il fuavi contenente la polpa veniva quindi posto su una grande pentola di terracotta sul cui fondo, lentamente, si depositava l’acido cianidrico che veniva così separato dalla polpa.

Con la polpa resa commestibile, finalmente, le donne Kalapalo avrebbero potuto preparare dorate torte di manioca.

Non siamo quelli a maggior rischio!

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Un recentissimo rapporto di Survival International, (associazione per i diritti umani) denuncia i gravissimi rischi a cui l’influenza suina sta esponendo i popoli indigeni del mondo a causa delle loro basse difese immunitarie e dell’alta incidenza di alcune malattie croniche.

Il rapporto, intitolato “Influenza suina e popoli indigeni” (scaricabile dal sito survuval.it ed è in .pdf) illustra come i popoli indigeni di Canada e Australia siano già stati duramente colpiti dalla pandemia a causa dell’impoverimento delle loro comunità, del sovraffollamento e della mancanza di adeguate misure igieniche.

Tra di loro si registra anche un’incidenza di malattie croniche come diabete, disturbi cardiaci, obesità e alcolismo.

Il direttore generale di Survival International, Stephen Corry: “Non sorprende che siano proprio i popoli tribali a essere più gravemente colpiti dall’influenza suina. Anni di colonialismo e di politiche di assimilazione forzata li hanno gettati nell’indigenza e hanno lasciato loro in eredità problemi di salute cronici. Questo rapporto offre una lucida lettura del problema, ma speriamo possa servire anche come monito per quei governi che per troppo tempo hanno ignorato i bisogni sanitari delle loro popolazioni più vulnerabili”.

Il rapporto viene pubblicato a pochi giorni dalla consegna di sacche per cadaveri alle comunità delle Prime Nazioni del Manitoba, in Canada, assieme a mascherine e disinfettanti per le mani.

Tra le comunità delle Prime Nazioni della provincia, i casi di influenza suina ammontano già a 130 ogni 100.000 abitanti, di contro ai 24 ogni 100.000 che si registrano tra il resto della popolazione. Nonostante molte famiglie non abbiano accesso all’acqua pulita, il governo del Canada ha tardato a inviare i disinfettanti alle comunità della riserva, in cui è diffuso l’alcolismo, per timore che la gente potesse berli.

“Ho rivolto un appello al popolo del Canada perché lavori con noi per far sì che questo virus mostruoso mieta il minor numero possibile di morti” ha dichiarato il Grande Capo David Harper alla CBC. “Non spediteci sacche per i cadaveri. Aiutateci a organizzarci, mandateci medicine.”

E Armand MacKenzie, della Nazione Innu del Canada orientale ha aggiunto: “Voglio sperare che in Canada, le parole “i più alti standard di salute raggiungibili” stiano a significare qualcosa di più che spedire sacche per cadaveri alle comunità indigene delle Prime Nazioni. Per affrontare la pandemia ci occorre un vero programma, gestito in collaborazione con noi indigeni.

Il rapporto di Survival  solleva grande preoccupazione per le sorti delle tribù isolate che non hanno difese immunitarie contro le malattie provenienti dall’esterno.

Tra di loro, persino un semplice raffreddore può rivelarsi fatale.

Nell’Amazzonia peruviana, i membri della tribù dei Matsigenka sono già stati colpiti dall’influenza suina, e questo fa temere il diffondersi del contagio tra le tribù incontattate che risiedono nelle vicinanze. Qualsiasi contatto con esterni portatori del virus potrebbe devastare intere comunità.

“Ci appelliamo anche al senso di responsabilità dei turisti” conclude Francesca Casella, di Survival Italia. “Alcuni tour operator hanno aperto resort di lusso a pochi metri di distanza dalle terre abitati da alcuni dei popoli più isolati e vulnerabili del mondo, come i Jarawa delle Isole Andamane.

Non esistono precauzioni efficaci contro l’importazione del virus nei loro villaggi. Per scongiurare epidemie devastanti, potenzialmente capaci di provocare la totale estinzione di questi popoli, occorre stargli alla larga.”

Questa settimana un rappresentante Dongria alla Vedanta

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Le ripetute proteste dei popoli tribali di Orissa, in India, stanno dando filo da torcere alla più grande compagnia mineraria britannica, la Vedanta Resources.

Nel gennaio scorso, il miliardario Anil Agarwal, amministratore delegato e azionista di maggioranza della compagnia, aveva annunciato che la gigantesca miniera di bauxite prevista sulle colline di Niyamgiri sarebbe stata aperta nel giro di “un mese o due”.

Ma gli uomini e le donne della tribù dei Dongria Kondh, furiosi e determinati a impedire la distruzione della vetta della loro montagna sacra, hanno bloccato le strade di accesso all’area impedendo alle scavatrici della Vedanta di passare.

Unendosi alle ripetute proteste di centinaia di Dongria Kondh e di altri indigeni Dongria, Survival, Amnesty International, Action Aid, War on Want e numerosi attivisti indiani hanno condannato fermamente i progetti minerari della compagnia.

Survival ha anche inviato un appello urgente alle Nazioni Unite e attivato un’indagine presso l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico).

Questa settimana, per la prima volta, un rappresentante dei Dongria Kondh si recherà a Londra per chiedere alla Vedanta di andarsene dalle loro terre natali.

Si unirà alla manifestazione prevista all’esterno della sede del congresso annuale della Vedanta.

Le manifestazioni dei Dongria Kondh sono solo le ultime di una un’ondata di proteste sollevata dai popoli tribali contro progetti industriali su larga scala destinati a distruggere le loro terre.

Per impedire alle compagnie petrolifere di entrare nei loro territori, in Perù, i popoli indigeni hanno bloccato i fiumi con le canoe.

In Malesia, i nomadi Penan sfidano ogni giorno l’arresto bloccando le strade di accesso alle loro foreste con l’obiettivo di impedire la loro trasformazione in piantagioni di palme da olio.

“I popoli tribali stanno guidando il fronte di una battaglia mondiale contro la distruzione su larga scala del pianeta” ha commentato il direttore generale di Survival Stephen Corry.

“Mentre i leader del mondo discutono sul come fermare i cambiamenti climatici, i popoli tribali della Terra si stanno letteralmente sedendo davanti ai bulldozer – non solo per loro stessi, ma a beneficio di tutti noi.”.

Foro Social Mundial 2009, Belem, Amazonia, Brasil

DECLARACION DE LOS PUEBLOS INDIGENAS

Llamamiento desde los Pueblos Indígenas frente a la Crisis de Civilización Occidental Capitalista

* Lucha global por la Madre Tierra contra la Mercantilización de la Vida
(12 de Octubre 2009)

* Articular alternativas de Descolonialidad, Bien Vivir, Derechos Colectivos, Autodeterminación, Justicia Climática

El capitalismo colonial/moderno fue iniciado hace siglos e impuesto en el continente americano con la invasión del 12 de Octubre de 1492. Esta dio inicio al saqueo global e inventó las teorías de “razas” para justificar el etnocidio americano, la incursión en Africa para la trata de esclavos y el saqueo de otros continentes. Estos genocidios no han cesado y se sostienen en el poder gracias al capital transnacional y apoyo militar. Esta explotación /opresión global capitalista produce el calentamiento global que nos lleva al suicidio planetario.

Esta crisis de modelo de desarrollo capitalista, eurocéntrico, machista y racista es total y nos lleva a la mayor crisis socio ambiental climática de la historia humana. La crisis financiera, económica, energética, productiva agrava el desempleo estructural, la exclusión social, la violencia racista, machista y fanatismo religioso, todo junto a la vez. Tantas y tan profundas crisis al mismo tiempo configuran una auténtica crisis civilizatoria, la crisis del “desarrollo y modernidad capitalista” que ponen en peligro todas las formas de vida. Pero hay quienes siguen soñando con enmendar este modelo y no quieren asumir que lo que está en crisis es el capitalismo, el eurocentrismo, con su modelo de Estado Uni-Nacional, homogeneidad cultural, derecho positivo occidental, desarrollismo y mercantilización de la vida.

La crisis de la civilización occidental capitalista nos obliga a reconstituir y reinventar, nuevas y diversas opciones de convivencia entre naturaleza y sociedad, democracia, estado, consumo. Urgen nuevos paradigmas de convivencia y en ese contexto, no solo “otros mundos son posibles”, sino que son urgentes, y además, están siendo ya construidos desde las primeras víctimas de las formas más bárbaras de la violencia capitalista/colonial/moderna y contemporánea: Los Pueblos y Comunidades Indígenas, Originarios, Campesinos, Ribereños, Quilombolas, Afrodescendientes, Garífunas, Caboclos, Dalits, entre otros, y sus hijos que migraron a las barriadas /fabelas pobres de las ciudades; y todos los demás excluidos, invisibles e “intocables” del planeta; quienes seguimos resistiendo, fortaleciendo y actualizando formas alternativas de organización social, tecnológica, ética, política, económica, cultural y espiritual de la existencia humana.

Los Pueblos Indígenas Originarios practicamos y proponemos: la unidad entre Madre Tierra, sociedad y cultura. Criar a la madre tierra y dejarse criar por ella. Crianza del agua como derecho humano fundamental y no su mercantilización. Descolonialidad del poder con el “Mandar obedeciendo”, autogobierno comunitario, Estados Plurinacionales, Autodeterminación de los Pueblos, unidad en la diversidad como otras formas de autoridad colectiva. Unidad, dualidad, equidad y complementariedad de género. Espiritualidades desde lo cotidiano y diverso. Liberación de toda dominación o discriminación racista/etnicista/sexista. Decisiones colectivas sobre la producción, mercados y economía. Descolonialidad de las ciencias y tecnologías. Expansión de la reciprocidad en la distribución de trabajo, de productos, de servicios. Desde todo lo anterior producir una nueva ética social alternativa a la del mercado y del lucro colonial/capitalista.

Pertenecemos a la Madre Tierra no somos dueños, saqueadores, ni vendedores de ella y hoy llegamos a una encrucijada: el capitalismo imperialista ha demostrado ser no solo peligroso por la dominación, explotación, violencia estructural sino porque también porque mata a la Madre Tierra y nos lleva al suicidio planetario, que no es ni “útil” ni “necesario”.

Por ello hermanas y hermanos y activistas todos de los movimientos sociales del mundo, convocados en este Foro Social Mundial de Belem:

El Movimiento Indígena de Abya Yala/ Continente Americano los llamamos a la más amplia unidad en la diversidad para:

1. La Movilización en Defensa de la Madre Tierra y los Pueblos, contra la Mercantilización de la Vida, Contaminación, Consumismo Tòxico y Criminalización de los movimientos sociales y en ese marco realizar una movilización intercontinental el 12 de Octubre de 2009.

2. Movilización para defender los derechos de los pueblos y madre tierra frente a la agresión de los megaproyectos, industrias extractivas, el IIRSA, Plan Puebla Panamá, agrocombustibles y las invasiones coloniales como las de los pueblos de Haití y Palestina.

3. Reconstituir, reinventar y articular valores y paradigmas alternativos y diversos, y en esa dirección organizar un Foro Social Temático sobre Descolonialidad, Desmercantilización de la Vida, Derechos Colectivos y Bien Vivir el 2010.

4. Participar en la IV Cumbre de Pueblos Indígenas del Abya Yala, en Puno (Perú) del 27 al 31 de mayo del 2009, donde se reforzarán e impulsarán los procesos señalados anteriormente.

Belem do Pará, 1º de febrero del 2009

1. CAOI, Coordinadora Andina de Organizaciones Indígenas
2. ECUARUNARI, Confederación de Pueblos de la Nacionalidad Kichwa del Ecuador
3. ONIC, Organización Nacional Indígena de Colombia
4. CONACAMI, Confederación Nacional de Comunidades del Perú Afectadas por la Minería
5. CONAMAQ, Consejo Nacional de Ayllus y Markas del Qollasuyu (Bolivia)
6. ONPIA, Organización Nacional de Pueblos Indígenas de Argentina
7. Parlamento Mapuche (Chile)
8. Convergencia Nacional Maya Wakib Kej
9. ANAMEBI, Asociación Nacional de Maestros en Educación Bilingüe del Perú
10. Consejo Nórdico Same
11. CONAIE, Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador
12. CONIC, Coordinadora Nacional Indigena y Campesina
13. CONAVIGUA, Coordinadora Nacional de Viudas de Guatemala
14. CUC, Comité de Unidad Campesina de Guatemala
15. Consejo de Pueblos de la Comunidad San Marcos
16. ARPI, Asociación Regional de Pueblos Indígenas de la Selva Central (Perú)
17. MCP, Movimiento Cumbre de los Pueblos
18. CAH, Consejo Aguaruna y Huambisa
19. CRIC, Consejo Regional Indígena del Cauca
20. AICO, Autoridades Indígenas de Colombia
21. OPIAC, Organización de Pueblos Indígenas de la Amazonia Colombiana
22. Organización Indígena Kankuamo
23. CRIDEC, Consejo Regional Indigena de Caldas
24. OIA, Organización Indígena de Antioquia
25. ORIVAC, Organización Regional Indígena del Valle del Cauca
26. CNA, Confederación Nacional Agraria
27. FDCC, Federación Departamental Campesina del Cusco
28. Lucha Indígena
29. Agencia Internacional de Prensa Indígena (México)
30. FNMBS, Fed. Nacional de Mujeres Campesinas Originarias Bartolina Sisa (Bolivia)
31. Red Juvenil TINKUY
32. Frente de Defensa y Lucha Campesina y Mapuche de la Patagonia (Argentina)
33. Mesa Nacional Indígena de Costa Rica
34. Coordinadora del Pueblo Chorotega (Nicaragua)

\”Ukhamawa\”, en lengua aymara \”Así es\”
http://ukhamawa.blogspot.com