Unicuique suum.

Reperita in rete

Reperita in rete

L’ordinamento di un sistema! E dov’è qui il sistema? C’è mai stato, ci sarà mai? Essere stranieri nella verità e nella colpa, e insieme nella verità e nella colpa.

Uno dei compagni (fortunatamente piacevole) di questa mia terribilmente pessima (lasciatemi passare i due superlativi così ravvicinati) estate è stato un piccolo gioiello (centocinquantuno pagine da leggere tutte d’un fiato, edite da Adelphi), scritto da Leonardo Sciascia, che non avevo mai avuto l’opportunità di leggere, purtroppo.

Leonardo Sciascia, autore caratterizzato da un raffinato modo di pensare nonché da uno squisito stile narrativo, seguitissimo negli anni Settanta e Ottanta, era di origini siciliane; nel 1988 propose “A ciascuno il suo“, un componimento narrativo che – come affermò Calvino – potrebbe sembrare un giallo, ma non lo è.

Nonostante molti abbiano letto e recensito questo libro di Sciascia, nessuno descrive e definisce quel “suum” che viene distribuito ai quattro personaggi principali.

La ragione di tutto ciò, probabilmente, è dovuta al pensiero che definire quel “suo” redistribuito rivelerebbe la trama del narrato, perciò evito di definirlo per rendervi curiosamente avidi di leggerlo.

Rischio di affondare nella banalità dicendo che Sciascia riesce a descrivere in maniera eccellente la mentalità siciliana, con le sue raffinatezze e non, e a caratterizzare i suoi personaggi che – in questo caso – hanno davvero trovato un autore.

E’ comunque stato un piacere ritrovare una “certa maniera” di scrivere in italiano.

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But Baxt Ta Satipè!

Da “Romantica Gente” di Daniela Lucatti.
Leggenda

O Del e O Beng, trovandosi in Transilvania, decisero di creare l’uomo a loro immagine e somiglianza. Presero perciò un pugno di fango, lo plasmarono facendone una statuetta e la misero a cuocere in una caldaia.

Ciò fatto il dio e il diavolo se ne andarono a fare quattro passi. Si distrassero tanto da dimenticare la loro creatura. Quando tornarono, constatarono che l’uomo era tutto nero. Fu così creato il capostipite della razza negra.

O Del afferrò un altro pugno di fango e plasmò una seconda statuina. Questa volta però non volle ripetere l’errore di prima e, incoraggiato anche da O Beng, trasse presto l’uomo dalla caldaia.

L’uomo era poco cotto, pallido: <<E’ bianco>> constatò il dio, facendo una smorfia, e si mise daccapo al lavoro.

Il terzo tentativo riuscì benissimo, anche perché O Beng, stufo di starsene sempre alle costole di O Del, se n’era andato per i fatti suoi.

Quando l’uomo fu tratto dalla caldaia era cotto a dovere come un pollastrello per il pranzo festivo del giorno di San Giorgio: né troppo nero, né troppo bianco, aveva il colore dell’oro abbrunato.

Soddisfatto della sua opera, O Del disse: <<Tu sei rom>>, tu sei uomo. ***

*** Nella lingua romanì, “rom” significa appunto “uomo”…

But Baxt Ta Satipè!

L’uomo senza qualità: Ulrich.

chattosilvestro.jpg Mi emoziona parlare de “L’uomo senza qualità” – l’ho letto per la seconda volta – e del suo autore poiché percepisco questo romanzo (è riduttivo definirlo tale) come un qualcosa di grandioso, farcito di raffinatezze del pensiero.

Descrive un particolare periodo, storico-culturale, sottolineando fatti e misfatti, focalizzando le vite di alcuni personaggi oltre che del protagonista.

E’ un romanzo incompiuto, ma tutt’altro che incompleto; è noto inoltre il controverso criterio cronologico secondo cui sono stati disposti gli inediti, ma rivalutarlo avrebbe potuto rivelare nuovi risvolti. L’evoluzione del pensiero musiliano infatti avrebbe potuto, addirittura, trasformare il canovaccio.

A mio parere – come altre volte ho affermato – modelli matematici e geometrici sono alla base dell’esecuzione di tutte le arti, da quelle visive a quelle letterarie, o musicali e via dicendo.

Condivido quindi la passione di Ulrich, il protagonista, per la matematica; lo stesso Musil – e Ulrich non è altro che espressione dell’autore – diceva: “Dispone (la matematica) di una meravigliosa apparecchiatura spirituale fatta per pensare in anticipo tutti i casi possibili”.

Si riferiva al calcolo differenziale, quel calcolo che consente di determinare il valore di una variabile rapportandola e confrontandola con altre variabili.

Non potrebbe essere questa concezione l’intelaiatura de “L’uomo senza qualità”?

Esaminando l’opera: Ulrich (l’uomo senza qualità), gli amici Clarissa e Walter (gustoso e fine l’intreccio di sentimenti che aggroviglia i due e Ulrich), la divina (per intelletto e bellezza, “un’idra di bellezza” come la definisce Musil) Diotima, Bonadea (l’amante sposata), il padre di Ulrich, i personaggi di potere e le proprie strategie, la situazione politica, la letteratura, le arti e la musica del periodo (tutte variabili di uno stesso contesto, di uno stesso “tempo” storico) interagiscono nella costruzione del libro.

Ogni personaggio e ogni situazione sono legati da rapporti biunivoci e si modificano relazionandosi.

Seguire le volute del pensiero di Ulrich-Musil è come impigliarsi nella rete del ragno e restarne prigionieri; sono volute intriganti, base di ulteriori riflessioni, significanti il periodo descritto, ma anche l’animo umano in genere.

“Lo spirito disfa, scompiglia e ristabilisce in un nuovo rapporto. Il bene e il male, il sopra e il sotto, se non sono per lui concetti relativi in senso scettico, sono però membri di una funzione, valori che dipendono dalla concatenazione in cui si trovano […].”

E l’animo complesso di Ulrich è descritto anche attraverso gli episodi delle sue relazioni amorose; gli accadde di interrompere il rapporto con Bonadea, dopo una lunga elaborazione, poiché: “[…] ella era ormai un impersonale centro di forza, la dinamo ingolfata del suo impianto d’illuminazione […]”.

E le inviò una lettera in cui spiegava: “La grande vita d’amore in fondo non ha nulla a che fare col pensiero e col desiderio <sii mia>, che appartengono alla sfera del risparmio, dell’appropriazione e della voracità.”

Le strade del fado.

halfwomanfacei.jpgParti’ da Fiumicino pensando di effettuare il solito atterraggio con le case che, a mano a mano, si ingrandiscono, come sotto l’effetto di una lente, gli alberi che sembrano volerti abbracciare, le strade che paiono sempre più vicine.

Non fu così.

In fase di atterraggio l’aereo virò e, descrivendo un semicerchio, permise di sorvolare la foce del Tago; il grande fiume che diviene un piccolo corso d’acqua se, spostando un po’ l’occhio, si inquadra la vastità dell’oceano.

Immersi nelle due masse d’acqua, uniti da un ponte, sono due lembi di terra cui tutt’intorno si estende la “città bianca”: Lisboa.

Ammirando l’inaspettato spettacolo, grandioso, bello, penso’: “Sarà una vacanza indimenticabile!”

Senti’ di amare quella città già prima di visitarla, la senti’ “sua” così come poche volte le era capitato (solo con Roma, dove viveva, e Londra). Usci’ dall’aeroporto con quello spettacolo naturale ancora negli occhi, ando’ a ritirare la macchina noleggiata e si diresse verso il cuore della città.

Nei primi giorni di permanenza visito’ la Lisbona della tradizione, tra le cui stradine scivolavano le note malinconiche del fado, spesso dal vivo, o cantate dalla grande Amalia Rodriguez; quel giorno bevve una freddissima cerveza, al Caffè “A Brasileira”, al cospetto di Pessoa (la statua del poeta è sempre seduta a uno dei tavolini, e scambio’ con lui parole inventate).

Le sembro’, poi, di vivere all’interno della celluloide scenica di “Sostiene Pereira” per quel tram, cosi’ caratteristico, che dalla stradina ripida scendeva verso lei; si sposto’, quindi, verso il porto, e non manco’ di visitare la Torre di Belém e la Casa dos Bicos (Punte).

La fantastica e appassionante Lisboa però non era la sola meta.

Si diresse verso Setubàl, cittadina dalle strade strette e pulitissime, dalle pietre lucide, ogni suo angolo è pittoresco, con case basse dalle piccole finestre con fiori coloratissimi, in passato abitate da pescatori.
Visitò il caratteristico mercato in cui non mancavano i banchi invasi dal coloratissimo, enorme e bellissimo pescato dell’Atlantico; e le torno’ alla mente, quale perfetta rappresentazione di quanto stava osservando, il quadro di Guttuso con il mercato del pesce alla Vucciaria. Un incanto, tutte e due le cose!.

Nei giorni a seguire viaggio’ verso Coimbra; famosa per l’università antichissima, le architetture, l’Orto botanico. Avrebbe voluto pernottare in una posada, incantata dal panorama sublime (soffriva forse della sindrome di Stendhal?) – una finestra sul mare immenso – che si godeva da un castello adibito a ospitare viaggiatori, ma nessuna camera era disponibile; si adatto’ perciò a riposare in uno degli alberghi bellissimi.

L’indimenticabile di quel viaggio stava per verificarsi, e accadde su una spiaggia vicinissima a Porto, città in cui visito’ diverse cantine di produzione del porto – il famoso vino da dessert – che degusto’ anche.

Ma… tornando alla spiaggia: immensa, vuota, bianca, un gruppetto di persone più in là.

Di fronte la grande massa d’acqua, si ritrovo’ al cospetto dell’oceano e… percepi’… senti’ insomma… il suo essere infinitamente piccola.

Era circa mezzogiorno, il sole splendeva alto, non c’erano nubi. D’un tratto si sentirono le sirene del porto e, altrettanto improvvisamente, non si vide piu’ il gruppo di persone poco lontano da lei.

Un grosso banco di nebbia, proveniente dal mare, aveva invaso la spiaggia.
Un’atmosfera irreale, luminosissima, ovattata. Intorno la sensazione del nulla. L’oceano era scomparso. Regnava il silenzio assoluto.

Fu così per circa un quarto d’ora, con del timore addosso.
Inspiegabilmente, poi, la nebbia si diradò.

La sirena del porto fischio’ nuovamente, nuovamente ritrovo’ se stessa sola al sole e il gruppetto di persone più in là.

E… l’amore?