IL TRENO DELLE DONNE PER LA DIFESA DELLA COSTITUZIONE

IL TRENO DELLE DONNE PER LA DIFESA DELLA COSTITUZIONE

E’ chiaro a tutti che con la proposta di modifica dell’art. 1 della nostra Costituzione in Italia si prospetta un pericolo concreto di dittatura, poiché tale sarebbe un Parlamento che sovrasta tutti gli altri organi Costituzionali.

Noi donne non possiamo permettere che un simile scempio si consumi!
E’ arrivato il momento di fare sentire chiara e forte la nostra voce, e per questo motivo dobbiamo chiedere al Presidente della Repubblica di ascoltare anche la nostra opinione!
Le donne sono la maggioranza in questo Paese e nessuno può permettersi di ignorare il nostro pensiero, le nostre preoccupazioni, la nostra presenza

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Davvero Geniale Ed EFFICACE.

Grazie al fotografo Benvenuto: ha avuto davvero un’idea geniale e molto comunicativa. Ecco una delle sue foto, su Repubblica.it potete vedere le altre di questo corteo dell’assurdo.

Morti Bianche e Disoccupati - G.A. Benvenuto

Si Scrive Acqua, Ma Si Legge Democrazia.


REFERENDUM PER L’ACQUA PUBBLICA

SULL’ACQUA DECIDIAMO NOI!

da Granello Di Sabbia: http://www.italia.attac.org

1) L’acqua è solo il primo passo.
Bisogna rifondare un nuovo modello di pubblico basato sulla partecipazione dei cittadini, dei lavoratori e delle comunità locali

2) Perché un referendum?

3) Relazione introduttiva ai quesiti referendari
Invertire la rotta
Per un governo pubblico dell’acqua

4) Quesito referendario n. 1
Fermare la privatizzazione dell’acqua (Abrogazione dell’art.23 bis L. 133/08)

5) Quesito referendario n. 2
Aprire la strada della ripubblicizzazione (Abrogazione dell’art. 150 del D.lgs 152/06)

6) Quesito referendario n. 3
Eliminare i profitti dal bene comune acqua (Abrogazione dell’art. 154 del D.lgs 152/06)

7) La raccolta delle firme sarà un grande momento di azione politica collettiva
Depositati in Cassazione i quesiti referendari per l’acqua pubblica

8) Conferenza mondiale dei popoli sul clima di Cochabamba, per fermare la febbre di Pacha Mama
di Umberto Mazzantini

9) Dichiarazione finale del movimento per l’acqua da Cochabamba
Bisogna rifondare un nuovo modello di pubblico basato sulla partecipazione dei cittadini, dei lavoratori e delle comunità locali
TRE REFERENDUM PER L’ACQUA, TRE REFERENDUM PER LA DEMOCRAZIA

In tutte le piazze del Paese è partita dal 24 aprile una grande raccolta di firme per tre referendum sull’acqua.
E’ promossa dalla più grande coalizione sociale che negli ultimi anni si sia formata nel paese.

Accanto al Forum italiano dei movimenti per l’acqua – una rete di decine di associazioni nazionali e centinaia di comitati territoriali- si sono aggregati associazioni religiose, le reti associative e di movimento, il mondo ecologista e quello sindacale, le associazioni dei consumatori e il coordinamento degli enti locali. Ma, soprattutto, centinaia di comitati di cittadine e cittadini che da anni contrastano nei propri territori le politiche di privatizzazione dell’acqua.

Tre quesiti referendari per dire a chiare lettere : “Fuori l’acqua dal mercato, fuori i profitti dall’acqua!”. E per rivendicare il diritto di tutte e tutti a decidere su un bene essenziale come l’acqua.

Attac Italia, da sempre fra i promotori dell’esperienza del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, considera la campagna referendaria una battaglia fondamentale per la ripubblicizzazione di questo bene comune e per la riappropriazione dal basso della democrazia.

La crisi economica, la crisi ambientale, la crisi di democrazia sono la conseguenza di un mondo in vendita dove si produce non per i bisogni della popolazione, ma per vendere e consumare.

Dove i lavoratori sono una merce da usare fin quando utili per aumentare i profitti ed una zavorra da buttare appena questi iniziano a diminuire. Dove i servizi sociali (casa, istruzione, sanità, servizi pubblici…) sono stati progressivamente regalati ai privati, che oggi ce li rivendono a caro prezzo facendoli pagare a costi sempre più alti.

Dove l’ambiente, il territorio, le risorse naturali non sono più patrimonio dell’umanità, ma merci da esaurire, senza pensare alle conseguenze sull’ecosistema.

Dove i poteri economici dettano le politiche degli Stati.
L’unica strada per uscire dalla crisi è la rimessa in discussione di questo modello di sviluppo, a partire dalla riaffermazione dell’acqua come bene comune e diritto umano universale e dalla riappropriazione sociale della sua gestione.

L’acqua deve essere solo il primo passo. Vogliamo estenderla ad ogni sfera che attiene ai diritti, ai beni comuni naturali e sociali, non per affidarla ad un pubblico burocratizzato e tecnicista, bensì alla gestione partecipata dai cittadini e dai lavoratori
Chiediamo a tutte e tutti di mettere la propria firma per i referendum sull’acqua. Per mandare a casa i privati, il capitale finanziario e le multinazionali.

Per rifondare un nuovo modello di pubblico basato sulla partecipazione dei cittadini, dei lavoratori e delle comunità locali.
Perché si scrive acqua, ma si legge democrazia.
Riappropriamoci di ciò che è nostro!

Penso che…

sia bellissima la considerazione di Wellington che Giannini riporta nel suo pezzo di Repubblica per descrivere lo stato d’animo di II Sung (il berlusca): “Non capisco. Ho dato un ordine, e tutti si sono messi a discutere”.

Proprio ieri, discutendo con un signore che conosco ormai da anni (amici di cane…), si cercava di analizzare le mosse di Fini.

Premesso che
il soggetto in questione non è certo uno stupido, soprattutto se confrontato agli ex-suoi; commentavo che – sicuramente – prima di “muovere le sue truppe” i propri conticini li aveva già fatti;

Fini, da tempo, si sta spostando sempre più al centro rispetto alla destra, ed è diventato quindi un centro-centro-destra;

il Rossi di FareFuturo afferma che oramai il vaso ha traboccato (“Non sappiamo come andrà a finire lo scontro politico tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. E sinceramente poco ce ne importa. Poco ce ne importa perché, comunque vada a finire, sia che nascano i gruppi parlamentari di Pdl-Italia sia che il premier sappia rispondere alle questioni politiche poste dal presidente della Camera, il dado comunque è tratto.“) e quindi gli scenari cambiano;

ed è da tempo che Fini ha “sgrassato” il gruppo che lo circonda della rozzezza di Storace, o della “Santadeche'”, o “der Pecora”; lo sta ulteriormente “sgrassando” da gente come Gasparri e La Russa;

si propone come difensore dello Stato di Diritto e appoggia Napolitano (chi l’avrebbe mai detto, siamo al paradosso) che lo vede come l’unico interlocutore a voler rispettare le regole;

oso dedurne che quest’ultima prossima creazione di Fini (sta giocando a scacchi e la sua strategia lo porterà al Quirinale, se non sbaglierà mosse) non potrà essere una nuova Alleanza Nazionale, ma un qualcosa di ben diverso che ridisegnerà la sua figura politica e anche quella della destra in Italia.

NON Posso NON Riportarlo…

qui.

E’ il pezzo con cui, su Repubblica, ci erudisce  Scalfari. E’ proprio Eu Genio… 🙂

Di seguito vi riporterò il pezzo che più mi ha colpito perché, giorni fa – quando lessi la notizia – mi ha pressoché sconvolto: le banche del nord della Lega.

Scalfari spiega in modo eccellente quale sconquasso ci sarebbe se cio’ avvenisse… il grande vecchio ha ragione!

Guardate ora alla questione delle banche del Nord. E’ stata esaminata con attenzione su vari giornali. Ne ha parlato più volte “24 Ore” con apprezzabile preoccupazione. Sulle nostre pagine sono intervenuti Massimo Riva e Tito Boeri mettendone in rilievo aspetti importanti e inquietanti ai quali ne aggiungerò uno che mi sembra il principale: la Lega vuole instaurare una sorta di autarchia finanziaria e bancaria nordista. Il senso della banca territoriale è questo. Se riescono in questo intento sarà una catastrofe per l’intero sistema economico italiano.

Bossi è stato assai esplicito e preciso su questa questione capitale. Ha detto: “La gente ci chiede di prenderci le banche e noi le prenderemo”. Infatti le prenderanno passando attraverso le Fondazioni bancarie e insediando persone fidate nei consigli e nei vertici delle banche. Fidate per la Lega e per Tremonti, due ganasce della stessa tenaglia. Ma perché la gente fa quella richiesta a Bossi? Quale gente?

La Padania è un tessuto di medie, piccole e piccolissime imprese; le grandi e le grandissime si contano ormai sulle dita di una sola mano, anzi su un solo dito. Le banche e le Casse di risparmio hanno in quel tessuto la loro clientela naturale per una parte dei depositi raccolti e degli impieghi erogati. Ma soltanto una parte. Se sono banche di grandi dimensioni i loro sportelli di raccolta sono su tutto il territorio nazionale e i loro impieghi e intermediazioni sono ovunque in Europa. Ma “la gente” di Bossi e il messaggio leghista vogliono che il grosso degli impieghi rimanga su quel territorio anche se si tratta di impieghi non garantiti e concessi a condizioni di favore.

La territorialità bancaria nella visione leghista ha questo significato: raccolta di depositi ovunque, impieghi prevalentemente nel Nord. Questa è l’autarchia finanziaria leghista. Con altre parole questa è la politicizzazione del credito. Nella famigerata Prima Repubblica, un concetto del genere non era neppure pensabile. Ai tempi di Menichella, di Carli, di Baffi, di Ciampi, di Mattioli, di Cingano, di Siglienti, di Rondelli, una concezione del genere equivaleva ad una bestemmia.

Il credito è una linfa che circola in tutto l’organismo e affluisce là dove c’è bisogno ed è il mercato a stabilire la sua locazione ottimale. Perciò suscita preoccupato stupore vedere il sindaco di Torino che discetta sulla maggiore o minore “torinesità” dei dirigenti di Banca Intesa e i presidenti leghisti del Piemonte e del Veneto occuparsi della dirigenza di Unicredit, nel mentre il ministro dell’Economia si adopera per la creazione della Banca del Sud e consolida i suoi rapporti con le Generali.

La conclusione sarà l’isolamento del sistema bancario italiano dal sistema internazionale. Un’aberrazione che basterebbe da sola a squalificare un intero sistema politico. Ho scritto domenica scorsa che la Lega somiglia per molti aspetti ad una Vandea. Questo delle banche è un elemento qualificante di una concezione vandeana dell’economia. Anche la Chiesa di papa Ratzinger sta assumendo aspetti vandeani e per questo è aumentata la sua attenzione (ricambiata) verso la Lega. Ma qui il discorso è più complesso e ne parleremo una prossima volta.

Per coloro che volessere leggere tutto l’articolo di oggi il link è il seguente:

http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/scalfari_fini-3426960/

Non un politico, ma San Toro!

Credo sia stata una serata “storica” quella di ieri sera per la tv generalista italiana.

Eh si, dobbiamo dir grazie a Santoro – San Toro (come usa negli ultimi tempi) e non a un politico – se è accaduto che in televisione, ma anche nella vita reale – a questo punto -, si tornasse  a pronunciare soltanto la parola fascismo, a parlare di fascismo.

Parola vituperata e censurata negli ultimi anni.

Ricordo bene quando – a sinistra – si cominciò col dire che il fascismo era una “cosa superata”, che non ci si doveva fossilizzare sulle ideologie, che parlare ancora di fascismo era da trogloditi e abitanti di Jurassic Park.

Il fascismo potrà assumere aspetti diversi, mutare i propri meccanismi, evolversi, ma esisterà sempre fin quando esisterà il capitalismo (anch’esso si diversificherà, ma sarà comunque riconoscibile).

Queste cose le ho gia’ viste!

“Recapitata busta con proiettile e minacce al premier”

“Esplode busta inviata alla Lega ferito un dipendente delle Poste Rivendicazione degli anarchici”

Cos’è un déjà vu?

Meccanismi che si rimettono in moto, prima delle elezioni, una confusione che non porta alcunche’ di buono… permette però ad alcuni di rimestare nella melma…