I Kayapo’, le Dighe Idroelettriche e Survival.

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Tre giorni fa circa si è risaputo che gli indiani Kayapó hanno organizzato una nuova ondata di proteste contro un gigantesco progetto idroelettrico in via di realizzazione sullo Xingu, uno dei principali fiumi dell’Amazzonia.

Dal 28 ottobre  stanno manifestando, e lo faranno per una intera settimana, presso la comunità kayapó di Piaraçu.

Sul posto sono stati invitati rappresentanti del Ministero alle Miniere e all’Energia, e del Ministero dell’Ambiente. I Kayapó e altri popoli indigeni locali si oppongono alla costruzione della diga denunciando di non essere mai stati consultati in modo appropriato e nemmeno informati sul reale impatto che il progetto avrà sulle loro terre.

La diga devierà più dell’80% della portata del fiume Xingu, con un pesante impatto sulla sua fauna ittica e l’ecosistema della foresta per almeno 100 chilometri di rive abitate da popoli indigeni. Survival ha inoltrato formali proteste al governo.

I Kayapó sono furiosi con Edison Lobão, Ministro alle Miniere e all’Energia, che recentemente avrebbe affermato che “forze demoniache” starebbero cercando di impedire la realizzazione delle grandi dighe idroelettriche del Brasile. “Queste parole sono abiette e offensive nei confronti nostri e di tutti coloro che difendono la Natura” ha commentato il leader Kayapó Megaron Txucarramae.

Belo Monte è una delle più grandi infrastrutture previste dal “Programma di crescita accelerata” varato dal governo. Già nel 1989 i Kayapó avevano organizzato una massiccia protesta contro la costruzione di una serie di dighe sullo Xingu. All’epoca riuscirono a fermare i finanziamenti della Banca Mondiale e a far accantonare il progetto.

Oggetto delle proteste dei popoli indigeni sono anche altre dighe previste su altri fiumi amazzonici. Un anno fa, gli Enawene Nawe misero a soqquadro un cantiere con l’obiettivo di impedire la realizzazione di decine di dighe lungo il fiume Juruena. Secondo gli Indiani, gli impianti idroelettrici distruggeranno i pesci da cui dipende la loro sopravvivenza.

Nell’Amazzonia occidentale, la diga di Santo Antônio sommergerà la terra in cui vivono almeno 5 gruppi di popoli incontattati. La diga fa parte di un progetto più ampio che prevede la costruzione di una serie di impianti sul fiume Madeira. Si pensa che uno di questi popoli isolati viva a soli 14 km di distanza dalla diga principale.

In una lettera indirizzata al Presidente Lula, i Kayapó spiegano chiaramente la loro posizione: “Noi non vogliamo che questa diga distrugga gli ecosistemi e la biodiversità che abbiamo curato per millenni e che possiamo continuare a preservare. Signor Presidente, la nostra preghiera è quella che vengano condotti studi adeguati e che venga aperto un dialogo con i popoli indigeni su quello che è lo scrigno ecologico dei nostri antenati… Vogliamo partecipare a questo processo senza essere considerati demoni impegnati a impedire il progresso della nazione”.

“È stato tenuto nascosto il reale impatto di queste dighe” ha commentato Stephen Corry, ormai famoso direttore generale di Survival, “Se i lavori dovessero procedere, verranno distrutti le vite, le terre e i mezzi di sussistenza di molte tribù. Non c’è risarcimento che possa compensare un danno di tale gravità, perchè verranno fatti a pezzi le vite e l’indipendenza di interi popoli.”

Dongria Kondh: Vedanta Resources condannata.

Dopo nove mesi di indagini, il governo britannico ha condannato  la società Vedanta Resources per il comportamento tenuto nei confronti della tribù dei Dongria Kondh a Orissa, in India.

L’umiliante sentenza arriva in risposta al ricorso depositato da Survival International presso il Punto di contatto nazionale britannico dell’OCSE, l’Organizzazione internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. Dopo aver accolto la richiesta di Survival, il governo ha giudicato Vedanta secondo le Linee guida dell’OCSE – che definiscono i principi fondamentali per la condotta etica delle compagnie occidentali.

La sentenza contro Vedanta, che è una delle cento società più capitalizzate quotate allo Stock Exchange di Londra (FTSE-100), non ha precedenti nella storia delle relazioni tra il governo britannico e le più importanti aziende della nazione. “Vedanta non ha rispettato i diritti dei Dongria Kondh” ha dichiarato il governo, “non ha considerato l’impatto della costruzione della miniera sui diritti della tribù”; e “ha mancato di attivare adeguati e tempestivi meccanismi di consultazione […]. È “essenziale” “un cambio d’atteggiamento da parte della compagnia”.

Nonostante le ripetute richieste, “durante l’indagine [la Vedanta] non ha fornito prove” ha specificato il governo britannico. Si tratta di un atteggiamento sconcertante perché mai prima d’ora una società si era rifiutata di collaborare a un’investigazione OCSE.

Durante una precedente intervista, la celebre scrittrice Arundhati Roy aveva dichiarato: “Se permetteremo a Vedanta di estrarre bauxite dalle colline di Niyamgiri, verrà devastato un intero ecosistema, e saranno distrutte non solo le comunità dei Dongria Kondh ma anche tutti coloro i cui mezzi di sussistenza dipendono da tale ecosistema”.

Il parlamentare britannico Martin Horwood, presidente del gruppo parlamentare bipartisan per i popoli indigeni (All-Party Group for Tribal Peoples) ha commentato: “Sono compiaciuto che il governo abbia emesso una sentenza di condanna sul caso Vedanta. La sentenza costituisce un’altra potente dimostrazione che la compagnia deve cambiare in modo radicale il suo modo di operare”.

Stephen Corry (Survival): “Siamo molto felici che il governo britannico abbia finalmente preso posizione su questa vicenda. L’estrazione della bauxite da Niyamgiri è già diventato uno dei progetti minerari più famigerati al mondo. La Vedanta non si è nemmeno preoccupata di informare i Dongria Kondh dei suoi propositi di trasformare la loro montagna sacra in una gigantesca miniera a cielo aperto; eppure, i Dongria hanno il diritto di dare – o negare!– il loro consenso. Al di là di qualsiasi altra considerazione, si tratta di un progetto destinato ad avere un terribile, drammatico impatto sulle loro vite.”

Per Vedanta e il suo proprietario di maggioranza, il miliardario Anil Agarwal, è il terzo grande smacco pubblico in soli cinque mesi. In giugno, non appena alcuni manifestanti riuscirono a portare all’attenzione della giuria alcuni dettagli del suo progetto minerario, a compagnia si vide ritirare all’ultimo momento un importante premio ambientale. Mentre in agosto, il Ministro indiano all’Ambiente ha ammesso che il progetto non avrebbe mai dovuto essere approvato.

Le Torte di Manioca dei KALAPALO.

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Si estendeva per sei milioni e mezzo di chilometri quadrati ed era abitata da circa novantamila indios: così nel 1979 si presentava la foresta amazzonica, l’inestricabile groviglio di vegetali che custodiva la mitica anaconda, i colibrì e le farfalle (ritenute di buon augurio, da quelle parti).

Tra la vegetazione della foresta amazzonica, sulle rive di fiumi come lo Xingù, gli indios Kalapalo, popolazione formata da diverse tribu’, quali Kamayura, Yawalapiti, Waura, Mehinaku, si riconoscono in una sola identità culturale (Xinguanos).

Questi indios sin dagli anni ’70, dello scorso secolo, a causa della costruzione di una strada che attraversa il Brasile centrale, in gran numero, furono annientati dagli speculatori con questa motivazione: “Disturbano!”

I novantamila indios che vivevano nei villaggi, sino a poco prima degli anni Settanta, non erano mai venuti a contatto con la civiltà moderna (e non s’erano persi nulla, a mio parere!). Vivevano di caccia pesca e agricoltura; oltre alla manioca, coltivavano mais, cotone e tabacco.

All’esaurirsi della fertilità dei suoli coltivati, ricorrevano al fuoco per procurarsi nuovi terreni. Scelti i terreni, infatti, con asce di pietra ne abbattevano gli alberi e ne bruciavano il sottobosco, così che le ceneri potessero concimare la terra.

I Kalapalo avevano già scoperto l’importanza della foresta; da un gran numero di piante originarie e presenti nella foresta ricavavano droghe medicamentose, veleni e stupefacenti.

Addirittura sembra che, da una specie di Passiflora, riuscivano a ottenere una bevanda dagli effetti anticoncezionali simili ai moderni presidi chimici.

Il sale, invece, era ottenuto dalla cenere dei giacinti d’acqua ridotti in polvere cristallina.

Il veleno mortale – il curaro – delle frecce, utilizzate per la caccia, era invece ricavato dalle cortecce di numerosissime Strycnos; il curaro era in grado di paralizzare la muscolatura respiratoria, non nuoceva quindi a chi avrebbe dovuto mangiare le carni dell’animale ucciso.

La base dell’alimentazione di queste genti, comunque, era essenzialmente
la manioca.

Gli indigeni, infatti, avevano scoperto come estrarre dalla radice marrone e farinosa la dose di acido cianidrico che avrebbe potuto ucciderli.

Raschiavano infatti la radice con una conchiglia affilata, fino a renderla del tutto bianca; con un pezzo di legno intagliato e cosparso di decine di piccole spine, poi, grattavano la polpa bianca raccogliendola in una specie di colino (fuavi).

Il fuavi contenente la polpa veniva quindi posto su una grande pentola di terracotta sul cui fondo, lentamente, si depositava l’acido cianidrico che veniva così separato dalla polpa.

Con la polpa resa commestibile, finalmente, le donne Kalapalo avrebbero potuto preparare dorate torte di manioca.

Violenze sulle bambine e arresti.

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Da Survival:

Quattordici persone, tra cui sei membri di una tribù Penan, sono stati arrestati oggi in Malesia mentre cercavano di manifestare il loro dissenso contro la costruzione di alcune dighe idroelettriche che li costringeranno ad abbandonare le loro terre.

Il gruppo di indigeni e attivisti è stato arrestato di fronte agli uffici del Primo Ministro dello stato del Sarawak, nella parte malese del Borneo.

Stavano cercando di consegnare al governo un appello per fermare la costruzione delle dighe destinate ad allagare le terre dove vivono molti Penan e altri gruppi indigeni, distruggendo le loro foreste e le tombe degli antenati.

Il documento di protesta è stato firmato da più di seicento Penan.

Tra gli arrestati c’è anche Raymond Abin, del Sarawak Conservation Action Network. Parlando dal carcere, ha raccontato a Survival che la delegazione non aveva ottenuto il permesso di entrare a consegnare l’appello, e così ha atteso all’esterno dell’edificio. Dopo quattro ore, l’ufficio del Primo Ministro ha chiamato la polizia e ha fatto arrestare tutti. Tuttavia, ad oggi, non sono ancora state formulate accuse.

“Questa è la mia terra ancestrale” aveva dichiarato tempo fa un Penan a Survival. “I Penan vivono qui da generazioni. Non vogliamo andarcene e non vogliamo cedere questa terra a nessuno”. Agli abitanti del suo villaggio è stato intimato di spostarsi per far posto alla diga “Murum”, che è già in costruzione per mano della controversa impresa statale cinese “China Three Gorges Project Corporation”.

Stephen Corry, il Direttore generale di Survival ha dichiarato oggi: “Survival è molto preoccupata per il fatto che i Penan e altri gruppi siano stati arrestati mentre cercavano di manifestare pacificamente la loro preoccupazione su queste dighe che, se completate, devasteranno le loro vite. Invece che rinchiuderli, il governo della Malesia dovrebbe ascoltarli”.

“I Penan sono conosciuti in tutto il mondo come i ‘gentile nomadi del Borneo’ ma stanno subendo attacchi brutali su vari fronti” ha commentato Francesca Casella, direttrice di Survival Italia. “Risale alla settimana scorsa la diffusione di un rapporto governativo che conferma le denunce di stupro effettuate quasi un anno fa da ragazze e bambine penan di soli 10 anni.

A violentarle mentre vanno o tornano da scuola sono gli operai della compagnie di disboscamento che operano nelle loro terre. E abbiamo appena saputo che la polizia avrebbe anche smantellato a forza le barricate erette in agosto da dodici comunità penan determinate a fermare pacificamente la distruzione della foresta in cui abitano da tempi immemorabili e da cui dipende la loro sopravvivenza… È tempo che la comunità internazionale reagisca e si schieri finalmente al loro fianco!”

Questa settimana un rappresentante Dongria alla Vedanta

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Le ripetute proteste dei popoli tribali di Orissa, in India, stanno dando filo da torcere alla più grande compagnia mineraria britannica, la Vedanta Resources.

Nel gennaio scorso, il miliardario Anil Agarwal, amministratore delegato e azionista di maggioranza della compagnia, aveva annunciato che la gigantesca miniera di bauxite prevista sulle colline di Niyamgiri sarebbe stata aperta nel giro di “un mese o due”.

Ma gli uomini e le donne della tribù dei Dongria Kondh, furiosi e determinati a impedire la distruzione della vetta della loro montagna sacra, hanno bloccato le strade di accesso all’area impedendo alle scavatrici della Vedanta di passare.

Unendosi alle ripetute proteste di centinaia di Dongria Kondh e di altri indigeni Dongria, Survival, Amnesty International, Action Aid, War on Want e numerosi attivisti indiani hanno condannato fermamente i progetti minerari della compagnia.

Survival ha anche inviato un appello urgente alle Nazioni Unite e attivato un’indagine presso l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico).

Questa settimana, per la prima volta, un rappresentante dei Dongria Kondh si recherà a Londra per chiedere alla Vedanta di andarsene dalle loro terre natali.

Si unirà alla manifestazione prevista all’esterno della sede del congresso annuale della Vedanta.

Le manifestazioni dei Dongria Kondh sono solo le ultime di una un’ondata di proteste sollevata dai popoli tribali contro progetti industriali su larga scala destinati a distruggere le loro terre.

Per impedire alle compagnie petrolifere di entrare nei loro territori, in Perù, i popoli indigeni hanno bloccato i fiumi con le canoe.

In Malesia, i nomadi Penan sfidano ogni giorno l’arresto bloccando le strade di accesso alle loro foreste con l’obiettivo di impedire la loro trasformazione in piantagioni di palme da olio.

“I popoli tribali stanno guidando il fronte di una battaglia mondiale contro la distruzione su larga scala del pianeta” ha commentato il direttore generale di Survival Stephen Corry.

“Mentre i leader del mondo discutono sul come fermare i cambiamenti climatici, i popoli tribali della Terra si stanno letteralmente sedendo davanti ai bulldozer – non solo per loro stessi, ma a beneficio di tutti noi.”.

DONGRIA KONDH: voce narrante Joanna Lumley

treaquileTre Aquile [foto reperita su internet]

Il primo aprile l’organizzazione per i diritti dei popoli indigeni Survival International ha presentato al parlamento inglese un film-documentario – “Mine: story of a sacred mountain” – che parla della minaccia che grava sulla tribù Dongria Kondh: una miniera di bauxite potrebbe distruggere la loro terra e la lore esistenza.

Da Survival:
La Vedanta Resources è una delle 100 società più capitalizzate quotate al London Stock Exchange (FTSE-100). La compagnia è in procinto di scavare una miniera di bauxite a cielo aperto sulla sommità della montagna sacra dei Dongria Kondh, sulla catena montuosa di Niyamgiri, nello stato indiano di Orissa.

I Dongria, che contano oltre 8.000 persone, venerano la cima della montagna, che considerano la dimora del loro dio, e sono determinati a impedire che venga trasformata in una desolata zona industriale. Il film descrive la loro battaglia.

Diversi attivisti di Survival hanno vissuto per settimane con la tribù. “I Dongria Kondh ricavano tutto ciò di cui hanno bisogno dalle colline di Niyamgiri e dai suoi fiumi” testimonia uno di loro.

“Tutti i membri della tribù con cui ho parlato mi hanno ripetuto la stessa cosa: ‘la Vedanta non può sottrarci tutte queste cose, non le lasceremo distruggere la nostra montagna’.”

La premiere del film si terrà oggi pomeriggio, mercoledì primo aprile, a Londra, presso la House of Commons del Parlamento inglese. Voce narrante del documentario è l’attrice britannica Joanna Lumley, famosa interprete della serie ‘Absolutely Fabulous’.

“È una tragica ironia” ha commentato l’attrice, “che quello che la Vedanta si propone di fare nel nome dello ‘sviluppo’ sia in realtà destinato solo a distruggere la totale autosufficienza dei Dongria.”

Stephen Corry, direttore generale di Survival International, ha aggiunto: “Per il bene dei Dongria Kondh, la Vedanta deve accantonare i progetti minerari previsti sulle colline di Niyamgiri perchè il loro impatto sarebbe devastante.

Sulla Vedanta potrebbe riversarsi prestissimo un vero fiume di richieste di ripensamento. Tutti gli azionisti della Vedanta devono prendere coscienza del fatto che i loro soldi potrebbero contribuire alla distruzione di un intero popolo.”

Nei giorni scorsi, la Vedanta ha subito un duro doppio colpo.

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha convenuto sull’opportunità di analizzare tutti i reclami presentati da Survival in merito ai progetti minerari della compagnia su Niyamgiri.

Contemporaneamente, la polizia indiana ha cominciato a investigare sulle accuse di frode mosse contro Anil Agarwal, il multimiliardario presidente della compagnia.

I tagliatori di teste del Borneo: i DAYAK.

maskii Aborigeni del Borneo (la più grande delle isole del sud-est asiatico), abitanti dello stato del Sarawak, il popolo Dayak  è suddiviso in sei tribù: Klemantan, Penan e Kenyah (quelle a più antico insediamento); Keyan, Murut e Iban (giunte nella zonain epoche successive.

I Dayak, abituati a vivere in grandi case lunghe anche duecento metri, suddivise in abitazioni singole, in grado di ospitare cinquanta famiglie, nella fitta vegetazione del Borneo caratterizzata da foreste dal caldo umido spossante, mostrano – nei tratti somatici – la secolare mescolanza di elementi malesi, cinesi, negritos.

Dai Dayak Heinrick Harrer – avventuroso viaggiatore – imparò ad abbeverarsi, in mancanza di acqua, tagliando tra un nodo e l’altro le canne di bambu’.

Come potete facilmente immaginare, nel Borneo la canne di bambu’ non hanno lo stesso diametro di quelle che possiamo vedere in Italia; le canne di bambu’ del Borneo hanno lo spessore di un piccolo tronco da cui, tagliando appunto tra un nodo e l’altro, si possono recuperare circa cinque litri di liquido per dissetarsi.

I Dayak però erano in grado di recuperare liquido anche dalle liane degli alberi.

Tra le tribu’, gli Iban erano pirati e conquistatori; probabilmente ultimi a giungere nel Borneo, sono gli unici ad abitare nella zona costiera e conservano elementi di culto tradizionale; si convertirono all’Islam nel XII secolo  con l’arrivo dei Malesi.

Le tribu’ Keyan e Penan hanno mantenuto i costumi e le credenze religiose tradizionali, praticano, infatti, tuttora forme di politeismo.

Un tempo i Dayak erano cacciatori di teste, ma – già dal 1978, come asserì Heinrich Harrer reduce da uno dei suoi viaggi – avevano abbandonato tale pratica fondata soprattutto su credenze religiose.

Abili tessitori e produttori di armi in ferro che trasportavano attraverso i fiumi su piccole barche (nel loro linguaggio: sampan) sospinte da lunghi pali, usano con destrezza la cerbottana (sumpitan) per cacciare.

La cerbottana, che puo’ essere lunga anche tre metri, è cotruita in modo tale da far partire la freccia senza alcun problema; è realizzata in legno e, talvolta, in base all’uso che se ne deve fare, la freccia viene imbibita di veleni (a rapido effetto mortale) prodotti dalle resine di alcuni alberi.

Le particolari frecce hanno, all’estremità, una pallina di legno leggero che si incastra perfettamente con il cannone perforato della cerbottana.

I Dayak, attualmente, contano un milione di individui; sono però minacciati di estinzione per la crescente deforestazione (industrializzazione) e per le politiche di migrazione forzata.