Ferrara

Davvero e’ stupefacente come – specialmente negli spazi virtuali – gli altri possano abusare dei “tuoi luoghi”, mentre non ti permettono neanche di leggere i “loro luoghi”.

Noto, inoltre, che non sanno nemmeno proteggere bene le proprie case virtuali se hanno bisogno di tre, quattro, cinque giorni per capire chi si connette ai propri spazi 😉

Così, semplicemente una riflessione che non cambiera’ il mio modo di essere…

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L’artista di Jung

Ho ritrovato tra i miei fogli una “definizione” (mai parola fu meno appropriata) di artista fatta da Carl Gustav Jung:
<<Come persona l’artista può avere capricci, umori e mire sue proprie, ma come artista è nel senso più alto: uomo, uomo collettivo, portatore e rappresentante della vita psichica inconscia dell’umanità.

Questo è il suo “officium”, il cui peso è spesso così preponderante che gli vengono fatalmente sacrificate la felicità personale e tutto ciò che di solito rende all’uomo comune la vita degna di essere vissuta… La sua vita è necessariamente piena di conflitti, poiché due potenze si combattono in lui: l’uomo comune con le sue  giustificate pretese alla felicità, soddisfazione e sicurezza vitale, da una parte, e la passione creativa, intransigente, dall’altra, che calpesta all’occasione tutti i desideri personali.

Ecco perché il destino personale di tanti artisti è così insoddisfacente, anzi tragico: non per volontà di un fato oscuro, ma per l’inferiorità o l’insufficiente capacità di adattamento della loro personalità umana. Raramente si dà il caso di un artista che non debba pagare cara la scintilla divina che è in lui.>>

The RedSkin e i missionari.

“Si dice che, quando arrivarono, i missionari avessero la Bibbia e noi la terra: ora noi abbiamo la Bibbia e loro la terra.” V. Deloria Jr.

Dalla tanto “sbandierata” scoperta, Colombo non fece altro che unire, indissolubilmente, terra e religione, relegando la scoperta delle nuove terre ai vincoli del cattolicesimo e della Spagna.

I missionari, da allora, non furono in grado di scindere la loro missione religiosa dalla fame di terra; le imprese missionarie, infatti, erano interessate soprattutto alle terre su cui costruire case, negozi, chiese e tutto quanto potesse essere necessario ai propri scopi.

Tra i nativi americani è diffusa l’opinione che i missionari arrivarono nel continente americano per pregare, restarono però per dominare o, quanto meno, per preparare la conquista e lo sfruttamento delle terre ad altri.

Furono i missionari a permettere e ad aumentare la possibilità di sfruttare i popoli dell’ovest americano che inizialmente, invece, si proponevano di salvare. Produssero insomma l’effetto contrario e, da allora, la conquista della terra spesso andò di pari passo col lavoro missionario.

E ancora…

I missionari si proponevano di salvare i pellerossa, il risultato però fu quello di sconvolgere usi e costumi, credenze e storia dei nativi americani, nonché la coesione della comunità pellerossa.

Le tribù che resistettero ai missionari sopravvissero, delle altre – quelle che si convertirono – non si seppe più nulla, non vi sono più tracce.

V. Deloria: “Dove il cristianesimo fallì, e fino a quando fallì, gli Indiani poterono resistere al diluvio culturale che minacciava di inghiottirli.

La Rosa di Jericho: l’Araba fenice del deserto.

Foto reperita in rete

Foto reperita in rete

La Rosa di Jericho è presente nei miei records cerebrali sin dalla “frequentazione” delle scuole medie inferiori (in seconda: dodici anni circa).

Ne conobbi l’esistenza grazie a Leonardo Sinisgalli, scrittore e poeta della mia regione che intitolò un suo libro – appunto – “La rosa di Jericho”; da allora – periodicamente – fa capolino nel mio mondo.

L’ultima volta è stato due settimane fa quando – nel mio tour tra i reparti di un grande magazzino – mi sono imbattuta in una scatola cubica (10x10x10 circa 😉 ) recante la scritta “Rosa di Jericho”.

D’istinto l’ho comprata, non avendo però letto il nome latino della pianta contenuta nella scatola: Selaginella lepidophylla (che appartiene alla famiglia delle Salaginacee).

La selaginella non è la vera Rosa di Jericho il cui nome latino è Anastatica hierochuntica e appartiene, inoltre, alla famiglia delle Brassicacee (quella cui appartengono anche i cavoli).

Ambedue le piante vivono in un clima desertico e si presentano – in mancanza di acqua – come piccolissimi cespugli rotondi e secchi; tutte e due le piante hanno la particolarità – come l’araba fenice – di rinascere (non dalle proprie ceneri, ma dalla propria “secchezza”), perciò di rinverdire subitaneamente (in una o due ore) se le radici vengono immerse in una ciotola d’acqua (per questo motivo riescono a resistere all’aridità desertica, rotolando sulla sabbia spinte dal vento).

La particolare caratteristica di questa pianta, dunque, ha dato vita a numerose leggende, ma sembra reale il suo legame – dimostrato dal nome comune della pianta – con i Crociati che per primi la fecero conoscere alla nostra attuale Europa.

Stabilizzare il debito pubblico per rilanciare il paese.

Idea non solo originale degli economisti del Sannio, ma interessante e… praticabile?!?!?!?

Non abbattere il debito pubblico
ma stabilizzarlo e rilanciare il paese

L’esito delle elezioni politiche di aprile e l’insediamento del Governo Prodi hanno suscitato presso la maggioranza degli italiani una forte aspettativa di rilancio dell’economia e di ridefinizione degli indirizzi di politica economica a fini di equità e di coesione sociale.

A questo scopo si rendono indispensabili provvedimenti coraggiosi ed incisivi: un programma di legislatura che preveda ampi investimenti nel sistema delle infrastrutture materiali e immateriali, nell’istruzione, nella formazione e nella ricerca scientifica e tecnologica; un indirizzo di politica industriale che spinga il nostro tessuto produttivo verso un modello di sviluppo fondato sulle nuove tecnologie, e che risulti equilibrato sul piano ambientale e territoriale; una diversa disciplina del mercato del lavoro e delle relazioni industriali che ripristini le condizioni per la crescita dei salari reali, per il superamento di una logica produttiva fondata sulla precarietà del lavoro, per il rafforzamento degli ammortizzatori sociali e più in generale degli strumenti di welfare.

Si tratta di interventi necessari, inderogabili, per il cui perseguimento occorrono impegno e risorse.

La nostra preoccupazione è che il Governo si stia orientando verso una politica generale delle finanze pubbliche che precluderebbe ogni possibilità di fornire risposta alle reali esigenze del Paese. Dal Documento di programmazione economica e finanziaria sembra infatti emergere una pesante manovra di finanza pubblica volta a realizzare un rapido abbattimento del rapporto tra debito pubblico e Pil. Il perseguimento di un simile obiettivo richiederebbe l’accumulo di avanzi primari annuali estremamente ampi. Ciò implicherebbe tagli significativi alla spesa pubblica, incrementi del prelievo fiscale non reimpiegabili nell’economia e, presumibilmente, ulteriori dismissioni e privatizzazioni.

Se questo tipo di orientamento prevalesse gli effetti sul sistema economico e sociale potrebbero rivelarsi deleteri. Da un lato, si avrebbe una ulteriore compressione della domanda aggregata e quindi dei livelli di attività economica, con riflessi negativi sullo stesso bilancio pubblico. Dall’altro, si rinuncerebbe ad impiegare risorse reali e finanziarie in politiche strutturali utili al rilancio e allo sviluppo economico-sociale.

Ci preme mettere in luce che questa strada non è per nulla obbligata. Non sussistono, infatti, né vincoli istituzionali né imperativi tecnico-economici che impongano un abbattimento del debito.

In primo luogo, l’unificazione monetaria europea e la presenza di un mercato finanziario integrato hanno fortemente ridimensionato i differenziali tra i tassi d’interesse dei paesi membri, e non sussiste alcun motivo tecnicamente plausibile per attendersi incrementi significativi e duraturi di tali differenziali. Qualsiasi riferimento ad eventuali reazioni avverse da parte dei mercati andrebbe pertanto seriamente argomentato sul piano tecnico-scientifico, anziché essere semplicisticamente evocato.

In secondo luogo, l’analisi economica mostra che non esiste un’unica definizione plausibile di sostenibilità delle finanze pubbliche: per ogni data differenza tra i tassi d’interesse e i tassi di crescita del reddito, esistono molteplici combinazioni possibili del deficit e del debito, tutte sostenibili sul piano della stretta logica economica. Questo significa che i vincoli del deficit al 3% e del debito al 60% del Pil, sanciti dal Trattato dell’Unione, non godono in quanto tali di alcuna legittimazione scientifica. Nulla impedisce, pertanto, che essi vengano sottoposti ad una nuova e diversa valutazione in sede politica, nazionale ed europea. A questo riguardo, è opportuno ricordare che il Trattato dell’Unione non prevede sanzioni rispetto al vincolo del debito pubblico al 60%, e che le sanzioni previste per i paesi il cui deficit superasse il limite del 3% non sono finora mai state applicate, nonostante le significative e ripetute violazioni.

Non vi sono dunque ragioni valide per imporre al Paese un’azione di drastico abbattimento del debito; il nostro sistema economico attende piuttosto una ripresa responsabile, razionale, innovatrice, dell’intervento pubblico nell’economia. A questo scopo, noi proponiamo che il Governo fissi come obiettivo generale di legislatura non l’abbattimento ma la sola stabilizzazione del debito rispetto al Pil, determinando conseguentemente il valore del rapporto tra deficit e Pil. L’eventuale esigenza di ulteriori riduzioni del rapporto tra deficit e Pil – da verificare nelle sedi del Parlamento nazionale, della Commissione e del Consiglio europeo – andrebbe comunque esaminata tenendo conto della mancata applicazione di sanzioni nei confronti di quei paesi membri che negli anni passati presentavano “disavanzi eccessivi”. Inoltre, più in generale, qualsiasi intervento sul disavanzo andrebbe valutato alla luce della necessità di muoversi sempre ed esclusivamente in termini anti-ciclici rispetto all’andamento dell’economia e di sostenere più elevati sentieri di sviluppo del reddito e dell’occupazione.

Sono queste, riteniamo, le opzioni di finanza pubblica che nella presente situazione risultano compatibili con i fondamentali obiettivi di sviluppo economico del Paese e di rispetto dei più elementari principi di equità e di giustizia sociale.

http://www.appellodeglieconomisti.com/index.php

Siamo nel 2008 o nel 1978?

La storia non si ripete e se si ripete o è farsa o è tragedia

Bologna, 2 Marzo 2008

Apprendiamo da Pina Nuzzo (delegata nazionale UDI) e pubblichiamo:

Sabato pomeriggio a Bologna tre ragazze che stavano volantinando in zona universitaria per il presidio di Martedì 4 marzo sotto il tribunale di Bologna (processo all’aggressore di Mara), sono state fermate da agenti della DIGOS in borghese e, in seguito, caricate in macchina con modi brutali e condotte in questura dove, alla stregua di delinquenti comuni, gli agenti le hanno fotografate e hanno preso le loro impronte digitali.

Durante il fermo un agente ha sequestrato il cellulare di una delle tre ragazze che contattava un’avvocata dell’UDI. Le ragazze sono state trattenute in questura per quattro ore senza motivo.
Era presente anche una poliziotta che è stata allontanata dai colleghi perché non era d’accordo con i loro modi. Esprimiamo la più ferma condanna per l’atteggiamento fortemente intimidatorio degli ‘uomini’ (esseri umani di sesso maschile) delle forze dell’ordine in questa circostanza nei confronti di donne che svolgono legittima attività politica. Tutta la nostra solidarietà alle tre compagne di Bologna e invitiamo tutte le donne ad unirsi e attivarsi affinché questo grave episodio non passi inosservato dai mezzi di comunicazione e dall’opinione pubblica.

A presto

controviolenzadonne.org

Paolo Barnard risponde alla Gabanelli.

RISPOSTA A MILENA GABANELLI – DI PAOLO BARNARD

Sono Paolo Barnard. Rispondo innanzi tutto agli spettatori di Report, che assieme a tanti altri italiani meritano verità, onestà, e finalmente pulizia in questo Paese. Poi anche alle righe della signora Gabanelli postate ieri alle ore 21,16.

Mi spiace che alcuni di voi si siano ritenuti soddisfatti dalle parole dell’autrice di Report, che non ha risposto a nessuno dei punti cruciali, a nessuno dei gravissimi fatti.

Milena Gabanelli scrive:

“Per quel che riguarda la questione legale che lo coinvolge, sono convinta della bontà della sua inchiesta e penso che alla fine ci sarà una sentenza favorevole. Ci credo al punto tale da aver firmato a suo tempo un atto (che lui possiede e pure il suo avvocato) nel quale mi impegno a pagare di tasca mia anche la parte sua (di Barnard, nda) in caso di soccombenza. Non saprei che altro fare”.

Quell’atto esiste solo nella fantasia della signora Gabanelli. Né io, né il mio legale Avv. Pier Luigi Costa di Bologna, ne abbiamo mai ricevuto una copia. Inoltre l’affermazione della sua esistenza da parte dell’autrice di Report è pienamente contraddetta dagli atti processuali da me resi pubblici, ove si legge: “Tribunale Ordinario di Roma, Sezione I Civile-G.U. dott. Rizzo- R.G.N. 83757/2004, Roma 30/6/2005: “Per tutto quanto argomentato la RAi-Radiotelevisione Italiana S.p.a. e la dott.ssa Milena Gabanelli chiedono che l’Illustrissimo Tribunale adìto voglia:…porre a carico del dott. Paolo Barnard ogni conseguenza risarcitoria…”.

Confermato di recente da: Tribunale Civile di Roma, Sezione Prima, Sentenza 10784 n. 5876 Cronologico, 18/5/2007: “la parte convenuta RAI-Gabanelli insisteva anche nelle richieste di cui alle note del 30/6/2005…”.

La generosa offerta della Gabanelli non esiste, e sarebbe comunque stata una vergogna, un tentativo di tacitare me mentre lei poteva di fronte ai suoi datori di lavoro mostrarsi pienamente in accordo con la loro sciagurata politica nei mie confronti. Che è quello che ha fatto e controfirmato in ogni atto processuale.

Milena Gabanelli scrive:
“Gli autori furono messi a conoscenza della questione e tutti decisero di continuare “l’avventura” con Report.”

Non è vero. Esistono redattori pronti a testimoniare di non aver mai sentito Milena Gabanelli pronunciare quell’avvertimento, soprattutto quando sollecitata a chiarire questioni in merito. Di sicuro non lo fece mai in mia presenza. Io non fui mai posto di fronte a una simile bivio, al contrario, mi fu sempre detto di stare tranquillo.

Milena Gabanelli scrive:

“E’ bene sapere che quando si va in giudizio ognuno risponde per la parte che gli compete: gli autori rispondono del loro pezzo, la sottoscritta per tutti i pezzi (in qualità di responsabile del programma), la rai in quanto network che diffonde la messa in onda. Qualora il giudice dovesse stabilire che c’è stato dolo da parte dell’autore, a pagare saranno tutti i soggetti coinvolti (la rai, la sottoscritta, l’autore).”

Che a pagare possano eventualmente essere tutti non è in discussione, signora Gabanelli. Che lei e la RAI tentiate di mandare al macello uno solo, cioè Paolo Barnard, l’anello più debole della catena, e che vi siate lungamente accaniti in ciò come dimostrano i documenti processuali sopraccitati, e che la RAI abbia addirittura tentato di rivalersi su di me anche fuori dal processo, è ben altra cosa. Lascio ogni giudizio sulla sua condotta ai suoi spettatori. E taccio qui sul dolore personale che ho subito. Non è questo il contesto.

Milena Gabanelli scrive:

“Certo, se su ogni puntata vieni trascinato in tribunale, alla fine può darsi che lasci la partita perchè non riesci più a reggere fisicamente. Ma questo non è colpa della rai di turno, bensì di un sistema giudiziario”

No, la RAI ha responsabilità pesanti, nell’abbandono dei giornalisti collaboratori che tanto hanno fatto per i suoi palinsesti, come nel caso in oggetto. Noi ‘esterni’ siamo quelli col coraggio, quelli che lavorano dieci volte gli altri, quelli senza stipendio, quelli che non confezionano le narrative false dei TG1, TG2, TG3, che non sono pagati mensilmente per “rendere plausibile l’inimmaginabile” presso gli italiani. Noi siamo quelli usati e cestinati al primo problema. Io sono giornalista e prima di ogni altra cosa punto il dito verso il mio editore e i miei capi, e ne pagherò i prezzi. Lei Milena Gabanelli dovrebbe fare la stessa cosa e pubblicamente, per il bene del giornalismo italiano, se lei ne avesse il coraggio.

Milena Gabanelli scrive:

“Paolo Barnard. E’ un professionista che stimo molto, ma purtroppo l’incompatibilità ad un certo punto era diventata ingestibile, e così a fine 2003 le strade si sono separate.”

Non è vero. La mia separazione dalla gente di Report fu a causa di una sordida storia di inumanità e di viltà che con questa mia denuncia non ha nulla a che fare. Mi addolora ancora di più che Milena Gabanelli la citi qui, del tutto fuori contesto.

Milena Gabanelli scrive:

“Il lavoro che io e gli altri colleghi di report abbiamo deciso fin qui di fare non ce lo ha imposto nessuno. E’ un mestiere complesso che comporta molti rischi, anche sul piano personale. Si può decidere di correrli oppure no, dipende dalla capcità di tenuta, dal carattere e dagli obiettivi che ognuno di noi si da nella vita. Il resto sono polemiche che non portano da nessuna parte e sottragono inutilmente energie.”

Come dire ‘Se Paolo Barnard non ha i cosiddetti, cambi mestiere e non ci faccia perdere del tempo’. Non mi risulta che Bernardo Jovene, Sabrina Giannini, Stefania Rimini o altri a Report siano stati abbandonati come me, che la RAI e Milena Gabanelli si stiano accanendo in un’aula di tribunale per scaricargli colpe non loro, che la RAI li stia minacciando con ulteriori accanimenti legali, e che Milena Gabanelli sia rimasta zitta per 4 anni di fronte a una vergogna simile perpetrata nei loro confronti.

Milena Gabanelli, con le sue righe, tipicamente sguscia da una situazione indecente senza prendere una posizione morale, senza quel ‘coraggio’ che l’ha resa famosa, avallando di nuovo ciò che lei stessa e la RAI mi stanno facendo. Avallando oltre tutto il peggior precariato nel giornalismo (sic).

In questo modo prolifera la censura da me denunciata, che così tanti colleghi finiscono per subire, una censura che sottrae a voi spettatori, a voi, il diritto di sapere quello che gli avvocati da una parte o dall’altra non vogliono che voi sappiate.

Ci sono cose, signora Gabanelli, su cui si deve prendere posizione, costi quel che costi. Io lo faccio qui e ora e le dico: Lei e la RAI siete responsabili di una condotta ignobile, troppo diffusa fra gli editori di questo povero Paese. Lei più della RAI, perché lei dovrebbe essere il volto del ‘coraggio televisivo’ per definizione.

Verrò travolto dalle vostre querele, a tutela del vostro ‘buon nome’, ma ho deciso di mettermele alle spalle. Io prendo posizione di fronte a questa censura con cui lei Gabanelli è in palese collusione, e il mio coraggio è comunque una piccola cosa, perché c’è chi ha preso posizione di fronte a una camera di tortura in Cile o di fronte a un Merkava in Palestina. Il vero coraggio è loro, non mio.

Né lei né la RAI mi zittirete mai.

Paolo Barnard
11.02.2008

***  Anche Alex Zanotelli ha espresso il proprio parere sulla faccenda: http://www.alessandracolla.net/?p=130